Andata e forse ritorno: è così semplice emigrare dall’Italia (3)

febbraio 13, 2015 in Fuga dall'Italia da Chiara Zonta

Nottingham2Ritorno sulla questione del lavoro.

È strano, sono partita convinta che bisogna essere ben preparati per accedere ad un’occupazione retribuita o meno (l’esperienza sembra richiesta in qualsiasi ambito, come ricercatrice, lavapiatti, volontaria), qui invece ho capito che non si è mai realmente pronti per coprire una posizione – c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare, fosse anche un modo diverso, quello lì adottato o da te adattato, di fare le stesse cose. E infatti mi hanno assunta non perché sapevo fare, ma perché avevo voglia di lavorare, e quindi avrei imparato. Entro i primi tre mesi decideranno se è il caso di tenermi o meno, in base a quanto e come contribuisco nel team. Tutto questo mi sembra giusto, sensato, normale.

Eppure in Italia non funziona più così, quella che era e dovrebbe essere la regola è diventata un’eccezione. Certo, ho cominciato tardi a cercare seriamente di guadagnarmi da vivere. E certo, qui sono stata particolarmente fortunata a trovare un impiego così presto. Però ho agito nello stesso identico modo, qui e lì. E nel giro di una settimana sono riuscita ad ottenere qui quello che avevo bramato in quattro anni lì: mi pago l’affitto da sola. Bell’impresa, all’età di trent’anni, non è vero? Eppure, prima al massimo riuscivo a coprire le bollette e spesucce varie, mai a mantenermi.

E io so di avere bisogno dell’indipendenza che questo significa.

parchi2

Forse in Italia non è impossibile per un giovane conquistare tutto questo, ma è certamente molto, molto più difficile. Per me lo è stato. Era così frustrante sognare e riscoprirsi, giorno dopo giorno, bloccata nell’eterno presente della volontaria / stagista / collaboratrice esterna / lavoratrice a voucher, della figlioletta in casa, della fidanzatina a cui ci si dà appuntamento e al massimo si passa un weekend in vacanza. Senza possibilità di costruire una carriera, una casa, una famiglia. Di coltivare i miei talenti, di sviluppare le mie potenzialità, di contribuire alla bellezza e alla ricchezza di questo splendido, sciagurato Paese. Lì ho tanto da perdere, qui tutto da guadagnare. È così semplice.

Non ho forse il diritto di vivere la mia vita, di credere nel possibile?

Sì, è semplice, ma è anche triste.

parchi4

Non ho forse il diritto di viverla circondata dai miei affetti, nel posto a cui sento di appartenere?

Restare, ricominciare, costruire qui… è semplice, anche se triste per me e una sconfitta per l’Italia.

L’Italia che mi ha dimenticato. Dovrei forse dimenticarla? Ma come dimenticare quegli italiani che ancora mi pensano, che ancora lottano, che ancora restano, che per me sono casa?

Sembra semplice, ma resta triste

Nottingham3Così, intanto, resto. Sei mesi ho detto, poi vedo.

Emigrare mi ha fatto bene, sinora. Ho ritrovato un po’ di serenità, la mia dignità, la capacità di sperare e di  combattere per realizzare i sogni e i talenti che ho portato qui con me. Il senso del possibile. E un’allegria, un respiro, una spensieratezza e una lucidità, degli stimoli, una creatività che in Italia mi stavano abbandonando, soffocata com’ero dall’impossibilità.

Ne sono grata, davvero. Non rimpiangerò mai quest’esperienza, qualsiasi cosa succeda. Anzi, voglio sfruttarla sino in fondo. In questi mesi voglio coltivare amicizie, cogliere opportunità, creare occasioni e convincermi fino in fondo che… è possibile.

Ma… prima o poi voglio tornare. So che tornerò. Forse tornerò. Lasciatemi tornare, e io lo farò.

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest