Architettura
di Graziano Magro

Come si apre una porta
Tutti i giorni un incontro: si tende una mano e ci si saluta, ci si rapporta con il prossimo.
Succede che anche le case posseggano mani da stringere per fare la loro conoscenza, per avventurarsi nel loro intimo; le maniglie delle porte si protendono verso la mano del visitatore. La serratura e la sua chiave rappresentano la riserva che ogni essere ha verso il prossimo, la protezione contro chi non rispetta la sfera altrui, la diffidenza spesso infondata. Non esisterebbero serrature se tutti fossimo reciprocamente rispettosi .
Ogni stanza è un organismo con un suo carattere e attraverso la porta si sviluppano le tensioni dovute all’uso diverso di spazi vicini.
Bussare alla porta significa attirare l’attenzione di chi fa vivere l’ambiente che vogliamo visitare. Impugnare la maniglia e aprire significa aver preso confidenza e l’apertura che segue è come un abbraccio, un saluto. Che smacco quando, sicuri di accedere velocemente alla stanza, ci si trova l’accesso sbarrato da una mandata di chiave: si prova un senso di frustrazione, di imbarazzo per la nostra ingenua disponibilità rigidamente negata; per questo, quando temo che la porta sia chiusa a chiave, con molta discrezione impugno e ruoto la maniglia spingendo.
Chiusi soli all’interno della stanza, si guarda verso la porta con speranza o con terrore mentre generalmente, quando ci si avvicina alla finestra, si dà sfogo alla fantasia. In ogni modo all’interno di una stanza amo poter controllare la sua porta di accesso e quindi, seduto ad un tavolo o sdraiato sul letto, vedrò volentieri la sua sagoma mobile.
Una porta si può aprire in due principali modi: a spingere o a tirare. Ritengo che sia giusto dover spingere entrando, in quanto il nostro moto è più fluido e sarà più difficoltosa la manovra di congedo. Con la situazione inversa al commiato ci sembrerà di essere in fuga, con l’apertura che invade lo spazio esterno che potrebbe indurci a bussare per uscire timorosi di investire chi per caso fosse dall’altra parte.
Una stanza può avere i cardini della porta di accesso rivolti verso il suo angolo o verso il suo centro; nel primo caso, entrando, lo spazio si manifesta a poco a poco, come un sorriso spontaneo, e l’occupante della stanza si troverà improvvisamente in contatto con il visitatore, mentre nell’altro caso, per sentirsi accolti bisognerà avere abbondantemente attraversato la soglia e chi occupa la stanza avrà più tempo per prepararsi all’incontro. Per uno studio, un angolo intimo o un bagno ritengo il secondo modo di accedere alla stanza più conveniente mentre per tutti gli altri casi amo di più la disponibilità incondizionata.
La porta scorrevole è il modo più sfacciato per connettere due spazi: risulta informale e democratica in quanto non definisce gerarchie di approccio in entrata e uscita. Sembra però una trappola nella quale si può essere improvvisamente risucchiati specialmente se è con apertura automatica.
Che dire di una porta a vetri? Può essere paragonata a un velo più o meno trasparente, copre non copre, può far sembrare desiderabile o detestabile la stanza che vi si prospetta, per di più diventa un occhio aperto tra gli spazi correlati; si spera che questi vadano d’accordo perché è veramente triste vedere una tenda agganciata ad una porta a vetri.
Per ora ho parlato delle consuete porte di accesso o contenute negli appartamenti più comuni, ma esistono le porte monumentali dei palazzi, delle chiese o di altri edifici monumentali. Se non hanno maniglie e sono chiuse ci mettono soggezione, potremo attraversarle con religioso rispetto. Quelle a due battenti se chiuse sembrano severi gendarmi mentre se lasciate aperte invitano a entrare come accoglienti braccia spalancate.






















