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Qualcosa di nuovo, qualcosa di interessante, qualcosa di straordinario !?! Mah, può darsi ...

Rassegna della sezione "Approfondimenti" 

Il PIL e la felicità Stampa PDF


  di Mario Baldoli


Uno spettro si aggira per il mondo. Non ha consistenza fisica ma può generare terrore e catastrofe. E’ irrazionale ma le sue conseguenze sono molto concrete. Ha poco più di cinquant’anni, essendo nato nel dopoguerra, e lo conoscono tutti: si chiama Prodotto interno lordo.
Può definirsi sommariamente come la misura dei beni e dei servizi prodotti in un Paese in un certo periodo. Quando certi tumori vaganti. come le aziende più o meno serie (una di queste, Merryll Linch è fallita) che valutano l’economia di un Paese, ne abbassano il rating, cioè il voto in pagella, perché vedono il Pil in discesa e il debito in crescita, ecco la speculazione internazionale abbandonarlo a se stesso, ritirare soldi e investimenti, ridurlo sul lastrico in una settimana (Naomi Klein, Shock economy). Emblematico il recente caso della Grecia.
A quel punto compare una schiera di sciacalli, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e quella europea, qualche Paese pieno di soldi e con interessi oscuri come la Cina. Arrivano, prestano, comprano, impongono interessi da usura e costringono quel Paese sventurato ad attuare una politica neo-liberista che mette alla miseria la massa dei suoi cittadini (di reddito medio e basso, naturalmente) per raccogliere soldi in fretta. Arrivano la crescita dell’Iva, della benzina, a volte anche del pane, il governo taglia stipendi e pensioni, cede in affitto per decenni qualche attività produttiva (per esempio il porto del Pireo), distrugge l’ambiente per far correre l’edilizia. I poveri si arrendono, i ricchi ne rilevano le attività. Come dice Woody Allen: “Se i ricchi sono infelici, figuratevi i poveri”.
Perché ciò avviene? Perché il Pil arretra. E cos’è il Pil? Un misura puramente quantitativa della ricchezza di una Paese, una misura iniqua perchè non dice niente sulla distribuzione di quella ricchezza, sulla qualità ambientale, il tempo libero, la salute, il lavoro delle casalinghe, cioè la qualità della vita, quella che in ultima analisi potremmo chiamare: la felicità.
Per gli economisti classici (Malthus, Smith, Ricardo, Marx) non basta sapere quanto reddito nazionale viene prodotto, ma come viene prodotto e distribuito. Questi limiti vanno imposti anche all’attività finanziaria. I classici ritengono i servizi un lavoro improduttivo, anche se utile, quindi considerano come reddito solo la produzione di merci, così calcolerebbero il Pil. Oggi invece le economie neoclassiche dominanti sommano beni e servizi. Ciò serve a nascondere il profitto, cioè la distribuzione della ricchezza e l’esistenza delle classi sociali. 
Ma, abbandonata l’antica chiarezza, torniamo al Pil attualmente calcolato. Esso vive anche di cinismi inauditi: una catastrofe come lo tsunami in oriente e l’uragano Katrina in occidente possono far crescere il Pil perché stimolano attività economiche prima inesistenti, anche se non migliorano certo il benessere delle vittime. Chi distrugge una foresta e ne commercia il legname, come chi compra un’automobile e inquina, fa crescere il Pil, anche se ambedue danneggiano l’ambiente. Negli ultimi vent’anni i numeri della finanza hanno gonfiato la crescita economica, mentre in molti Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, si diffondeva l’impoverimento delle classi medio-basse e peggiorava l’ambiente (”Internazionale”, n.850, a.2010). 
Esempi più banali: un matrimonio felice non fa crescere il Pil, ma un divorzio feroce con parcelle di avvocati, acquisto di una nuova casa con relativo arredamento, magari assunzione di una babysitter lo fanno crescere. Gli ingorghi del traffico, la violenza, gli incendi fanno crescere il Pil. Di fronte all’attuale caos l’economista Latouche predica da anni la “decrescita” come via di salvezza per l’umanità (Serge.Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena e Mondializzazione e decrescita). Una via suggestiva, quella di tornare ad un’economia diversa e più povera, ma verosimilmente impraticabile.
Che fare? Andare oltre il Pil appare ormai necessario. Porre al centro la qualità della vita è oggi indispensabile, soprattutto per far tornare nella società e nella politica la questione dell’uguaglianza, cioè della democrazia e non solo la passione per i soldi. Soprattutto per recuperare la libertà dei cittadini, degradati a consumatori e clienti (John Kampfner, Libertà in vendita), privati di qualunque privacy e difesa rispetto ai colossi economici e ai governi da essi emanati. L’umanità sembra alienata da una logica pseudo economica e,come sempre, è inconsapevole e felice di esserlo.
Come andare oltre il Pil? Ecco alcuni tentativi tra i molti proposti.
La Cina nel 2004 ha introdotto un “Pil verde”, un indice che teneva conto dell’impatto ambientale del proprio sviluppo. Questo indice riduceva il Pil del 3% e fu quindi abbandonato. 
Un altro esempio: l’Onu aveva incaricato un gruppo di economisti guidato da Amartya Sen di trovare un sostituto del Pil. Ne nacque l’Human Development Index basato su tre indici: il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto, la speranza di vita alla nascita, il livello di istruzione. Con questo indice, l’Italia si classificherebbe (con uno scatto d’orgoglio) al 18° posto, davanti a Germania e Inghilterra. 
Il terzo tentativo di andare oltre il Pil è partito dal presidente francese Sarkozy che diede il via ad una ricerca conclusa con il Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi: tale rapporto individua sette indici: lo stato psico-fisico, la conoscenza e la capacità di comprendere il mondo in cui si vive, il lavoro, il benessere materiale, l’ambiente, i rapporti interpersonali, la partecipazione alla vita sociale. Tutto ciò va coniugato con due dimensioni che si potrebbero riassumere nel “benessere equo e sostenibile”.
Altri economisti propongono diversi parametri, anche più semplici, come l’uso del “prodotto nazionale netto” che si riduce, come è logico, se avviene una catastrofe. O propongono tre parametri: economia, società, ambiente, a loro volta divisi in vari indicatori (“Aspenia”, n.48, a.2010). 
Senza dilungarci, ecco subito il limite che frena la scelta di indici qualitativi: sono soggettivi, quindi difficili da accettare da tutti i Paesi, e sono difficili da costruire perché richiedono di tradurre in numeri il benessere.
Emerge allora una posizione intermedia: non abbandonare il Pil, ma affiancarlo ad un altro indice focalizzato sulla qualità della vita delle persone. Proposte tutte complesse, mentre il Pil continua la sua strada, i governi lo curano come un tesoro prezioso e i cittadini di ogni Paese sperano che cresca all’infinito senza rendersi conto che il benessere e la felicità sono un’altra cosa.


Italia Nostra dice no. In un convegno lo scontro con l’Amministrazione del Comune di Brescia Stampa PDF

 

di Laura Giuffredi



Il 3 giugno nella Chiesa del SS. Corpo di Cristo a Brescia, si è svolto un convegno su “La città di Brescia ed i suoi vuoti urbani. Riuso e valorizzazione di spazi aperti ed edifici dismessi”. Promosso dalla locale sezione di Italia Nostra e coordinato dalla presidente, arch. Rossana Bettinelli, all’incontro hanno partecipato personalità di rilievo, quali Andrea Alberti, sovrintendente ai Beni Architettonici di Brescia, Mantova e Cremona; Pier Luigi Cervellati, dello IUAV di Venezia; Paolo Ventura, presidente dell’Ordine degli Architetti di Brescia; Giovanni Losavio e Antonio Garzillo, rispettivamente presidente nazionale e consigliere di Italia Nostra. Presenti anche, e chiamati direttamente a rispondere delle iniziative comunali in tema di gestione del territorio, gli assessori Mario Labolani (Lavori Pubblici) e Paola Vilardi (Urbanistica). 
Riportiamo l’andamento del dibattito, che ha fatto registrare punti di polemica anche accesa tra le parti.

Bettinelli

La prima emergenza per il centro storico di Brescia è il progetto per il cosiddetto “cubo bianco” di piazza Rovetta, futura sala di lettura, fortissimamente voluto dall’amministrazione comunale. 
Ma perché costruire ex novo, a fronte di tanti edifici vuoti, anche prestigiosi, presenti in città? Ed inoltre, quale sarà la sorte di questi spazi? Ora sono di proprietà pubblica, ma il timore è che possano essere alienati. Si tratta di un patrimonio di 130.000 mq (con ex- caserme), da gestire oculatamente per non occupare altro suolo pubblico. 
Per piazza Rovetta, in particolare, si dovrebbe tenere conto che, con l’adiacente Largo Formentone, è da un secolo disordinato, ma animato luogo d’incontro e di memoria “autostoricizzato”, non più percepito come lacuna (dopo le demolizioni del primo novecento), ma a lungo utilizzato come luogo di mercato, incontro, scambio.
Del resto già un precedente concorso d’idee (1980) aveva visto vincitore un progetto di Leonardo Benevolo che prevedeva la semplice definizione di un tracciato a terra, a definire l’ingombro degli edifici un tempo abbattuti, ma mantenendo sgombra l’area.
Oggi il nuovo progetto riempirebbe lo spazio, annullando le stratificazioni ancora percepibili.
Italia Nostra si chiede anche come mai un rappresentante della sovrintendenza abbia partecipato come membro della giuria insediata a valutare i 105 progetti pervenuti, e non abbia sin da subito colto l’inammissibilità dell’idea.
Da parte dell’amministrazione, si afferma che non ci sono soldi per salvare per uso pubblico i palazzi storici, ma si progettano dispendiosi parcheggi in centro, più o meno ipogei, che snaturano la storicità di questa zona urbana, che non è nata per accogliere auto.

Labolani

Il restauro per restituire al pubblico palazzi storici, come per esempio Palazzo Avogadro, sarebbe troppo lungo e dispendioso. Il cosiddetto “cubo”, invece, frutto di un concorso di idee di grande qualità, attento al risparmio energetico, sarebbe multifunzionale e per la sua realizzazione c’è già buona parte della copertura a bilancio. Si farà senz’altro, non seguirà la sorte di altri progetti vincitori di concorsi, banditi e poi mai realizzati. La città ha bisogno anche del nuovo, di qualità.

Cervellati
Una cosa si può dire in merito al progetto su piazza Rovetta: chi lo appoggia non ama Brescia. Il fatto è che il “cubo” potrebbe collocarsi in qualunque spazio, proprio perché è avulso dal contesto nel quale si vorrebbe a forza inserirlo. Assurdo poi argomentare che i “vuoti” storici possano anche crollare, solo perché sarebbe troppo costoso recuperarli! Questa scelta sarebbe un contributo alla perdita d’identità ed alla banalizzazione degli spazi urbani del centro. 
Si guardi invece all’estero: cosa c’ è voluto per valorizzare Time Square a New York, invasa da un traffico caotico? Una drastica pedonalizzazione, al costo di quindici barattoli di vernice bianca, per la segnaletica a terra.
Quale soluzione altrettanto efficace per far rivivere la piazza bresciana? Pedonalizzare e reintrodurre le bancarelle: semplice e sempre reversibile, utile anche per poter destinare il denaro agli edifici di pregio abbandonati.

Vilardi
Questo scontro non ha ragion d’essere. Bisogna valutare la città nel suo insieme, non considerando solo le strategie per il centro storico, ma anche quelle per le periferie e prevedere uno sviluppo a lungo termine, almeno decennale. La Giunta ama il centro storico, questo è dimostrato dal fatto che è stato escluso dal “piano casa” previsto dal governo. Si vuole puntare sulla sua promozione, anche andando a recuperare al terziario i tanti garage affacciati sulle vie centrali e proliferati con puro intento speculativo.

Alberti
Cercherò di rispondere alla domanda che l’arch. Bettinelli mi ha rivolto poco fa: perché un rappresentante della sovrintendenza nella giuria per il concorso di piazza Rovetta? Rispondo: perché no? Nei concorsi d’idee c’è chi vince, ma questo non vuol dire che si realizzerà effettivamente l’opera. Tutto sarà poi da valutare a partire dalle questioni di ammissibilità. Tuttavia mi sembra sbagliato limitare il dibattito a tale questione. La vera emergenza, a mio parere sono quei 130.000 mq vuoti e inutilizzati, quando invece indubbiamente costituiscono un’opportunità. Si guardi per esempio alle scelte operate a Ferrara a partire dagli anni Cinquanta: il polo universitario (aule e servizi, residenze per studenti) è frutto del recupero di edifici storici, voluto dalla comunità per la comunità. Prossima tappa la creazione del museo dell’ebraismo nelle ex-carceri.
I passi da compiere partono, in primis, dalla conoscenza del manufatto, per interpretarne e ipotizzarne la nuova destinazione d’uso: questo va fatto, intendendo la valorizzazione non come “monetizzazione”, ma come condivisione, impiegando, in un’ottica di lungimiranza, lavoro specialistico giovanile d’ alto profilo, imprese e manodopera qualificate.
Non c’è dunque errore peggiore che “mettere sul mercato” luoghi d’eccellenza invece di puntare a che la comunità se ne riappropri.

Losavio
La funzione urbanistica è e deve essere condizionata dai vincoli della tutela, che riguardano anche una piazza in quanto tale, ma anche l’ipogeo: i parcheggi sotterranei, infatti, annullano la sedimentazione storica urbana. Perciò le regole della tutela non vanno intese come lacci di cui liberarsi in nome di un preteso “interventismo”, ma devono rigorosamente condizionare l’urbanistica. Se le regole non sono applicate, non è perché sono aggirabili, ma per negligenza o scarsa autorevolezza delle sovrintendenze. Norma vuole che solo il Consiglio dei Ministri possa surclassare la tutela, non certo un Consiglio comunale!

Ventura
Eppure non mi sento di bocciare l’iniziativa di un inserto di contemporaneità nel contesto della città storica. Bene, inoltre, la prassi del concorso d’idee, dopo il quale auspico la pubblicazione di tutti i progetti concorrenti , che diventino patrimonio condiviso.

Labolani  
Ventura ha colto nel segno. Si prevede infatti la realizzazione di una mostra e di una pubblicazione con tutti i progetti per piazza Rovetta.
Ma le iniziative a lungo termine dell’amministrazione sono tante, sia in ambito culturale, sia in ambito sociale. Si punta anche ad una migliore valorizzazione dell’area del Castello e del colle della Maddalena, per farlo diventare una sorta di “parco verticale” alle spalle della città,  

Garzillo
Siamo sicuri di dover dare importanza al “concorso d’idee” in quanto tale, quando poi la Sovrintendenza vi gioca un ruolo irrilevante? La cosa paradossale è che sull’area insiste un vincolo archeologico e monumentale che ha sollevato i dubbi sommessi persino dei concorrenti: “siamo sicuri che si possa fare?”
Dunque l’appello che rivolgiamo agli organi competenti e alle comunità: non lasciamo le aree storiche urbane indifese di fronte all’attivismo delle Amministrazioni.


Io non ci sto Stampa PDF

Vi aggiorniamo  sull'inaspettata conclusione del caso della mensa negata ai bimbi della scuola di Adro.

Cliccte sull'immagine che riproduce la lettera "io non ci stò" e poter così leggere lo scritto del benefattore.

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Costruire a tutti i costi, i palazzi antichi possono morire Stampa PDF

Vecchie scuole, caserme, ex tribunali, una città da buttare.


  di Laura Giuffredi


Ad una recentissima stima, a Brescia sono circa 20.000 i metri quadrati disponibili in città, soprattutto in palazzi di prestigio: demaniali risultano l’ex Palazzo Avogadro (cinquecentesco, con affreschi di Lattanzio Gambara, in corsetto Sant’Agata: 3.620 mq) , l’ex Mercato dei Grani (ventuno arcate di porticato su piazza Arnaldo: 2.540 mq), l’ex Tribunale, già Palazzo Martinengo Colleoni (seicentesco, in via Moretto: 7.215 mq), l’ex Corte d’Appello, già Palazzo Martinengo delle Palle (cinquecentesco, in via San Martino della Battaglia: 5.622 mq). 
Comunali sono invece i bracci della Crociera di San Luca (complesso monumentale acquisito dagli Spedali Civili agli inizi del Novecento, ed in seguito variamente destinato, ma da anni inutilizzato: 2.720 mq), nonché l’ex Istituto Tecnico “Ballini” (in via Vittorio Emanuele II: 2.300 mq) con annessi e connessi. All’elenco si devono aggiungere altri fabbricati minori.
Non trascurabile, poi, la cubatura delle ex-caserme, patrimonio demaniale imponente: l’ex “Gnutti” (una tra le tante, in centro, a due passi dal Foro Romano) è ora stata messa all’asta dall’agenzia del Demanio per un prezzo base di 8,5 milioni di euro (offerte entro il 7 luglio). 
Dispiace vederli così: vuoti, deserti, con accumuli di polvere negli angoli meno esposti al passaggio pedonale, allo spostamento d’aria generato dal traffico cittadino. Portoni sbarrati, targhe rimosse che hanno lasciato un’impronta sugli intonaci; attraverso qualche vetrata s’intuiscono androni silenziosi.
Eppure sono palazzi storici, prestigiose dimore nobiliari, poi convertite ad uffici comunali o a severi “palazzi di giustizia”, le cui funzioni sono state trasferite altrove, in edifici moderni e decentrati. O, ancora, caserme o vecchie scuole dismesse, in pieno centro cittadino. 
Anche ammettendo che non svolgessero più al meglio il loro compito di servizio alla comunità, certo non pare ammissibile lasciarli inerti nella loro imponenza, spesso nella loro evidente bellezza, privi d’una destinazione d’uso.
Diverranno appartamenti di lusso?
Con il decreto legislativo, recentemente approvato, sul “federalismo fiscale”, si potrà attuare innanzitutto un massiccio “federalismo immobiliare”: migliaia di palazzi (come pure terreni, laghi, aeroporti, caserme ecc.) saranno trasferiti dallo Stato agli enti locali, che potranno venderli direttamente sul mercato, oppure creare “fondi immobiliari con soggetti privati” (previa compilazione di elenchi di immobili trasferibili, tra i quali le amministrazioni potranno scegliere).
Qual è il primo evidente problema? Con il Patto di Stabilità da un lato, e la frequente miopia culturale dall’altro, le amministrazioni locali difficilmente potranno e sapranno assumersi in carico quei beni, se non chiedendo aiuto ai privati.
In quest’ottica, la bresciana “Brixia Sviluppo”, società controllata al 100% dal Comune, già opera da tempo in una posizione ambigua: nata nel 2008 per essere il “braccio operativo” del Comune in ambito immobiliare, sembra invece agire scavalcando il Consiglio Comunale nel prendere decisioni con “un’elasticità di un certo tipo” (parola di sindaco!). In gioco ci sono beni per 4-5 milioni di euro, gestiti con scarsa trasparenza, strizzando l’occhio ai privati. 

Per quanto riguarda inoltre le caserme abbandonate, il Ministero della Difesa potrà dar vita a Fondi Immobiliari, in presenza dei quali, anche in questo caso, cosa mai ci guadagnerebbe la collettività? Probabilmente nulla. 

Al di là dei casi specifici, sulla destinazione degli spazi disponibili il chiacchiericcio è assordante. Citando Victor Hugo siamo forse giunti all’ “affermarsi della pagina di carta sull’architettura di pietra”.
Pare tuttavia evidente una premessa: le ipotesi, assai disparate, non sembrano derivare in nessun modo da una preventiva ricognizione dei manufatti, che porti ad una precisa conoscenza degli stessi. Perciò ci si riempie la bocca con la parola “valorizzazione”, ma si attribuisce con disinvoltura ora questa ora quella “vocazione” ai vari edifici, come se i loro pieni ed i loro vuoti potessero indifferentemente fungere da biblioteca, da museo, da residenza, da ( concetto piuttosto vago, ma molto di moda) “Urban center”.
A proposito di quest’ultima soluzione, individuata dagli assessori bresciani come probabile per un altro spazio vuoto accanto a piazza della Loggia, l’ex Oviesse, vale forse la pena di citarne la definizione circolante: “luogo di reciproca informazione e confronto tra soggetti che concorrono a disegnare il volto della città: istituzioni, cittadini, associazioni ecc.” (!?). Pare difficile comprendere di cosa si tratti, anche se, per esempio, a Bologna qualcosa del genere sembra funzionare.

Eppure, esempi di una politica di valido riutilizzo degli spazi pubblici disponibili non mancano in Europa, e persino in Italia.
Ad esempio a Napoli il Reale Albergo dei Poveri, costruzione settecentesca, 100.000 mq nel cuore della città, sarà entro il 2010 la “Città dei giovani”, con spazi per implementare la libera espressione del talenti giovanili, metri cubi per eventi e manifestazioni, opportunità e vetrine.
Interessante anche il MAMbo di Bologna: nell’ex Panificio Comunale (1915) sorgono ora spazi al servizio dell’Università, sale conferenze, emero-biblioteca, area mostre.
Ed ancora a La Spezia, una vecchia scuola elementare degli inizi del ‘900, ricostruita dopo la guerra, è ora Centro per l’Arte moderna e contemporanea.

 

Il no di italia Nostra

Il 3 giugno nella Chiesa del SS. Corpo di Cristo a Brescia, si è svolto un convegno su “La città di Brescia ed i suoi vuoti urbani. Riuso e valorizzazione di spazi aperti ed edifici dismessi”. Promosso dalla locale sezione di Italia Nostra e coordinato dalla presidente, arch. Rossana Bettinelli, all’incontro hanno partecipato personalità di rilievo, quali Andrea Alberti, sovrintendente ai Beni Architettonici di Brescia, Mantova e Cremona; Pier Luigi Cervellati, dello IUAV di Venezia; Paolo Ventura, presidente dell’Ordine degli Architetti di Brescia; Giovanni Losavio, e Antonio Garzillo, rispettivamente presidente nazionale e consigliere di Italia Nostra. Presenti anche, e chiamati direttamente a rispondere delle iniziative comunali in tema di gestione del territorio, gli assessori Mario Labolani (Lavori Pubblici) e Paola Vilardi (Urbanistica)  >>>>> SEGUE


Senza citare per forza il parigino Musee d’Orsay, ben riuscito è l’allestimento della Galleria d’Arte Moderna di Glasgow, già austero palazzo neoclassico in Exchange Square: dentro questa cornice imperiosa ed ingessata, si esprimono le sperimentazioni artistiche e si scovano giovani talenti. Quale illuminata lungimiranza!
Ancora a Brescia, invece, un progetto da tempo condiviso, come il Museo dell’Industria e del Lavoro (Musil), nell’area della dismessa fabbrica Tempini, si arena di fronte alla disarmante scarsità di risorse. La contraddizione sta nei progetti faraonici che la stessa amministrazione prevede di realizzare ex-novo (stadio, cittadella dello sport).
Per paradosso, infatti, mentre si trascurano i palazzi già in piedi, lasciandoli vuoti, non si esita a riempire i vuoti nati come tali, cioè aree verdi residue, larghi e piazze, forse ritenuti troppo “a rischio” condivisione: vedasi, sempre a Brescia, piazza Rovetta, ove si vuole incastrare un parallelepipedo a tre piani in marmo e vetro come sala di lettura, oppure lo slargo di via Croce Rossa a Milano, dove, rimuovendo la fontana-monumento a Sandro Pertini, di Aldo Rossi, si vuole imporre un arrogante “box” nero, che sarà “Cardi Black Box- Galleria d’Arte” (location succulenta di fronte a via Montenapoleone per Nicolò Cardi, Barbara Berlusconi e Martina Mondadori, soci d’affari).  
Quello che colpisce, dunque, è la mancanza di idee di lungo respiro e l’abbondanza di velleitarie, l’incapacità di pensare il riuso e la necessità di metter mano all’edilizia speculativa.
Tra gli addetti ai lavori più consapevoli (Rossella Marchini- Antonello Sotgia, Produrre case nella metropoli) c’è chi parla di una vera “emergenza urbana” ed invoca una moratoria del costruire, a favore della reinvenzione dei “fossili urbani” esistenti, utili se teatro di un ritrovato protagonismo sociale e di servizi per la collettività



Peggio di un immigrato ? Stampa PDF

di Jack

 

Peggio di un immigrato? Il figlio di un immigrato. 
Perchè se sul capo del primo pende la legge Bossi-Fini, al secondo può accadere di pagare per le "colpe" del padre.
Come, per esempio, con White Christmas a Coccaglio, un comune a guida leghista, che voleva eliminare tutti gli extracomunitari entro il 25 dicembre 2009, per fare un “Santo” Natale. Provvedimento partorito da un mente insana che ha trovato però il plauso del ministro Maroni, che a margine di un vertice della sicurezza tenutosi a Brescia, ha voluto complimentarsi personalmente con il sindaco di Coccaglio, Franco Claretti, con un: “Bravo, sei un esempio per tutti i sindaci d’Italia”
Comportamenti ormai “tipici” nel Bresciano, dove sta diventando la norma vedersi negare una borsa di studio se a scuola si è troppo bravi, per il solo fatto di non essere italiani.
Succede a Castel Mella dove le borse di studio sono state riservate solo ai bambini italiani. 

Peggio di un cittadino in difficoltà? Suo figlio.
Ad Adro, il Sindaco, Oscar Lancini, leghista (maggioranza Lega Nord al 63%) ha negato la mensa ai bimbi della scuola elementare e materna del paese, perchè le loro famiglie, in gran parte immigrati (ma non solo) sono in ritardo con il pagamento della retta, anche a causa della crisi che ha creato difficoltà economiche per licenziamenti o cassa integrazione.

Scelte che appaiono, per l’accanimento sui bimbi, ancora più disumane, intellettualmente miopi e devastanti nella loro filosofia e che affermano una mentalità diffusa in cui la solidarietà verso gli ultimi, di qualunque colore, non sembra più prevista.
Eppure in passato non sono mancate le occasioni in cui l’istituzione pubblica ha sopperito alle difficoltà (documentate) di famiglie nel bisogno e senza necessariamente sbandierarlo.

Continuando sulla strada leghista, invece, i bambini, soprattutto se immigrati, cresceranno e diventeranno adulti, nella amara consapevolezza che il Paese in cui vivono li giudica secondo criteri sbagliati. 
L'emarginazione invece del coinvolgimento, l'esclusione e non l'inclusione, l'indifferenza anzichè la solidarietà ... produrranno sempre odio, rancore, violenza. 
Questa deriva deve essere fermata, per il bene di tutti e, in primis, del nostro Paese. 



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