Qualcosa di nuovo, qualcosa di interessante, qualcosa di straordinario !?! Mah, può darsi ...
Rassegna della sezione "Approfondimenti"
di Mario Baldoli
Uno spettro si aggira per il mondo. Non ha consistenza fisica ma può generare terrore e catastrofe. E’ irrazionale ma le sue conseguenze sono molto concrete. Ha poco più di cinquant’anni, essendo nato nel dopoguerra, e lo conoscono tutti: si chiama Prodotto interno lordo.
Può definirsi sommariamente come la misura dei beni e dei servizi prodotti in un Paese in un certo periodo. Quando certi tumori vaganti. come le aziende più o meno serie (una di queste, Merryll Linch è fallita) che valutano l’economia di un Paese, ne abbassano il rating, cioè il voto in pagella, perché vedono il Pil in discesa e il debito in crescita, ecco la speculazione internazionale abbandonarlo a se stesso, ritirare soldi e investimenti, ridurlo sul lastrico in una settimana (Naomi Klein, Shock economy). Emblematico il recente caso della Grecia.
A quel punto compare una schiera di sciacalli, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e quella europea, qualche Paese pieno di soldi e con interessi oscuri come la Cina. Arrivano, prestano, comprano, impongono interessi da usura e costringono quel Paese sventurato ad attuare una politica neo-liberista che mette alla miseria la massa dei suoi cittadini (di reddito medio e basso, naturalmente) per raccogliere soldi in fretta. Arrivano la crescita dell’Iva, della benzina, a volte anche del pane, il governo taglia stipendi e pensioni, cede in affitto per decenni qualche attività produttiva (per esempio il porto del Pireo), distrugge l’ambiente per far correre l’edilizia. I poveri si arrendono, i ricchi ne rilevano le attività. Come dice Woody Allen: “Se i ricchi sono infelici, figuratevi i poveri”.
Perché ciò avviene? Perché il Pil arretra. E cos’è il Pil? Un misura puramente quantitativa della ricchezza di una Paese, una misura iniqua perchè non dice niente sulla distribuzione di quella ricchezza, sulla qualità ambientale, il tempo libero, la salute, il lavoro delle casalinghe, cioè la qualità della vita, quella che in ultima analisi potremmo chiamare: la felicità.
Per gli economisti classici (Malthus, Smith, Ricardo, Marx) non basta sapere quanto reddito nazionale viene prodotto, ma come viene prodotto e distribuito. Questi limiti vanno imposti anche all’attività finanziaria. I classici ritengono i servizi un lavoro improduttivo, anche se utile, quindi considerano come reddito solo la produzione di merci, così calcolerebbero il Pil. Oggi invece le economie neoclassiche dominanti sommano beni e servizi. Ciò serve a nascondere il profitto, cioè la distribuzione della ricchezza e l’esistenza delle classi sociali.
Ma, abbandonata l’antica chiarezza, torniamo al Pil attualmente calcolato. Esso vive anche di cinismi inauditi: una catastrofe come lo tsunami in oriente e l’uragano Katrina in occidente possono far crescere il Pil perché stimolano attività economiche prima inesistenti, anche se non migliorano certo il benessere delle vittime. Chi distrugge una foresta e ne commercia il legname, come chi compra un’automobile e inquina, fa crescere il Pil, anche se ambedue danneggiano l’ambiente. Negli ultimi vent’anni i numeri della finanza hanno gonfiato la crescita economica, mentre in molti Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, si diffondeva l’impoverimento delle classi medio-basse e peggiorava l’ambiente (”Internazionale”, n.850, a.2010).
Esempi più banali: un matrimonio felice non fa crescere il Pil, ma un divorzio feroce con parcelle di avvocati, acquisto di una nuova casa con relativo arredamento, magari assunzione di una babysitter lo fanno crescere. Gli ingorghi del traffico, la violenza, gli incendi fanno crescere il Pil. Di fronte all’attuale caos l’economista Latouche predica da anni la “decrescita” come via di salvezza per l’umanità (Serge.Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena e Mondializzazione e decrescita). Una via suggestiva, quella di tornare ad un’economia diversa e più povera, ma verosimilmente impraticabile.
Che fare? Andare oltre il Pil appare ormai necessario. Porre al centro la qualità della vita è oggi indispensabile, soprattutto per far tornare nella società e nella politica la questione dell’uguaglianza, cioè della democrazia e non solo la passione per i soldi. Soprattutto per recuperare la libertà dei cittadini, degradati a consumatori e clienti (John Kampfner, Libertà in vendita), privati di qualunque privacy e difesa rispetto ai colossi economici e ai governi da essi emanati. L’umanità sembra alienata da una logica pseudo economica e,come sempre, è inconsapevole e felice di esserlo.
Come andare oltre il Pil? Ecco alcuni tentativi tra i molti proposti.
La Cina nel 2004 ha introdotto un “Pil verde”, un indice che teneva conto dell’impatto ambientale del proprio sviluppo. Questo indice riduceva il Pil del 3% e fu quindi abbandonato.
Un altro esempio: l’Onu aveva incaricato un gruppo di economisti guidato da Amartya Sen di trovare un sostituto del Pil. Ne nacque l’Human Development Index basato su tre indici: il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto, la speranza di vita alla nascita, il livello di istruzione. Con questo indice, l’Italia si classificherebbe (con uno scatto d’orgoglio) al 18° posto, davanti a Germania e Inghilterra.
Il terzo tentativo di andare oltre il Pil è partito dal presidente francese Sarkozy che diede il via ad una ricerca conclusa con il Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi: tale rapporto individua sette indici: lo stato psico-fisico, la conoscenza e la capacità di comprendere il mondo in cui si vive, il lavoro, il benessere materiale, l’ambiente, i rapporti interpersonali, la partecipazione alla vita sociale. Tutto ciò va coniugato con due dimensioni che si potrebbero riassumere nel “benessere equo e sostenibile”.
Altri economisti propongono diversi parametri, anche più semplici, come l’uso del “prodotto nazionale netto” che si riduce, come è logico, se avviene una catastrofe. O propongono tre parametri: economia, società, ambiente, a loro volta divisi in vari indicatori (“Aspenia”, n.48, a.2010).
Senza dilungarci, ecco subito il limite che frena la scelta di indici qualitativi: sono soggettivi, quindi difficili da accettare da tutti i Paesi, e sono difficili da costruire perché richiedono di tradurre in numeri il benessere.
Emerge allora una posizione intermedia: non abbandonare il Pil, ma affiancarlo ad un altro indice focalizzato sulla qualità della vita delle persone. Proposte tutte complesse, mentre il Pil continua la sua strada, i governi lo curano come un tesoro prezioso e i cittadini di ogni Paese sperano che cresca all’infinito senza rendersi conto che il benessere e la felicità sono un’altra cosa.


























































































