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Intervista ad Amélie Nothomb (2)

febbraio 5, 2013 in Interviste da Andrea Zucchini

019Ancora una volta, Amèlie Nothomb ci regala un’intervista in occasione dell’uscita annuale del suo nuovo libro Uccidere il padre, edito da Voland di Roma. Nella precedente intervista ci ha detto che la sua è la poetica dell’aporia. Giocando su questo e sui contrasti, ho pensato di realizzare quest’intervista, evidenziando le contraddizioni ed i chiaroscuri del suo caratteristico umorismo nero.

D: Se le parole sono l’arma del delitto, il silenzio cos’è?     Perché?

R: Un’altra arma vedi Uccidere il padre.

D: Ci sono silenzi diversi e diverse parole?

R: Si ci sono i silenzi molto diversi. Persone con le quali non c’è bisogno di parlare e persone con le quali non si vuole parlare.

 Cit. “Dobbiamo rinunciare a cogliere la rosa, per paura che la sua spina ci ferisca?”  Schopenhauer

D: Coglierebbe la rosa?

R: Certo, meglio se morta.

 D: Amélie Nothomb, salvata dalla scrittura, salverebbe un lettore perso dalla lettura dei suoi libri? Salverebbe il Vero Lettore? Perché?

R: Il vero lettore è di certo già salvo!

 D: E’ l’arte, come qualsiasi forma di espressione, una cura per la salvezza dell’uomo? Perché?

R: L’arte è un altro modo per trovare una via d’uscita che non si troverà mai, ma guai a smettere di cercarla.

 D: L’ipocrisia può essere considerata un paradosso?

R: L’ipocrisia come la menzogna può essere nociva o benevola, conta il fine.

 D: Il conflitto di interessi è un paradosso?

R: In effetti, meglio avere degli interessi che coincidono.

 D: Se i colpevoli sono immuni perché senza sensi di colpa, e gli innocenti soccombono perché colpevoli di innocenza: la pietà umana, il rispetto, i valori che ha la persona, che fine fanno?

R: La pietà umana, il rispetto valgono per tutti perché siamo tutti colpevoli e innocenti.

 D: Si può dire che: chi è vittima di Nothomb diventa carnefice?

R: Spero di no!

 D: Ha detto al salone del libro che “scrive per i lettori” Ma la scrittura non è da sola appagante, soprattutto se autobiografica? Lei, essendo salvata dalla scrittura, non scrive per se stessa?

R: Io ho iniziato a scrivere per gli altri. Quando ero piccola ero obbligata a scrivere ogni settimana a mio nonno e questo di certo ha influito sul mio rapporto con la scrittura. Io quindi scrivo per gli altri e in questo modo anche per me stessa.

D: Nei suoi romanzi la sessualità saffica traspare, forse autobiografica. Crede che rivelarsi per quello che si è possa portare ad una reale accettazione del proprio essere?

R: Credo che bisogna iniziare proprio da questo.

 D: Una sessualità rivelata può aiutare chi non accetta la propria?

R: Vale la stessa risposta.

 “Ogni volta che la gente è d’accordo con me, sento sempre che devo essere in errore”.  Oscar Wilde

D: E’ d’accordo?

R: Naturalmente no, per confermare Oscar Wilde

 D. Si vestirebbe di bianco?

R. Solo quando sarò morta.

 Si ringrazia l’Editore Voland di Roma per la disponibilità ricevuta.

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Happy spread!

febbraio 4, 2013 in Crisi da Sonia Trovato

Governo Monti

Grazie per avermi fatto concludere questi tredici mesi difficili e affascinanti. L’Italia è diventata un Paese più attraente e affidabile per gli investitori. Con queste parole Mario Monti ha staccato la spina all’esecutivo di tecnici che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto evitare al Paese il rischio del tracollo economico Leggi il resto di questa voce →

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da admin

L’inchiesta agraria Jacini

febbraio 4, 2013 in Libri perduti o da tradurre da admin

Dal 1885, quando fu conclusa, l’Inchiesta agraria Jacini se ne sta trascurata tra gli scaffali delle principali biblioteche nazionali. Il suo nome esatto è Atti della Giunta per la inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola. Si tratta della ricerca più vasta e completa fatta da un governo sul nostro Paese: 15 volumi, 23 tomi, tabelle e allegati statistici.

Si cominciò a parlarne nel 1869, l’anno in cui entrò in vigore l’imposta sul Macinato ed esplosero rivolte contadine soprattutto nel nord Italia.

L’Italia, al momento dell’unità era in condizioni economiche spaventose, a causa delle guerre e del debito acquisito dagli stati unificati, ma già nel 1875, con la cura feroce di Quintino Sella (tasse e alienazioni di beni nazionali e ecclesiastici), il governo era arrivato al pareggio di bilancio.

Molti erano i problemi e gli obiettivi che spinsero i governi di allora ad affrontare uno studio massiccio come l’inchiesta, ma quello di fondo era: perché l’agricoltura degli altri Paesi europei era più solida della nostra? Perché nessun paese d’Europa aveva tanti spazi improduttivi come il nostro? Che fare per cambiare le cose?

Sotto queste domande stava un’ammissione ampiamente verificata: i governi succedutisi dall’Unità, guidati perlopiù da uomini del nord e della Toscana, non conoscevano i bisogni dell’agricoltura del sud e nemmeno quali condizioni di lavoro ci fossero. Il parlamento non rispecchiava il Paese: nel 1880 gli elettori furono solo 369.624, ricchi provenienti dalle grandi proprietà fondiarie o dal mondo delle professioni. Essi conoscevano la Sicilia attraverso gli storici romani, quando era “il granaio d’Italia”, ma non l’avevano mai vista. Il primo presidente del consiglio che visitò il sud più povero (la Basilicata) fu il bresciano Giuseppe Zanardelli, nel 1902.

Vi furono forti dissidi tra i membri incaricati di preparare l’inchiesta, diretta da Stefano Jacini,sul metodo e i contenuti. Alla fine prevalse la linea di dividere le province in circondari (ad es. Brescia nei circondari della Città, Salò, Breno, Chiari, Verolanuova), di individuare una persona impegnata nel mondo agricolo, spesso dei proprietari, a rispondere a una cinquantina di domande (uguali per tutti i circondari) spazianti dalla geologia ai corsi d’acqua, al bestiame, alla produzione, al commercio, al credito, al tipo di proprietà  e infine alla condizione dei contadini. L’ultima domanda in proposito (l’unica che si riferiva direttamente ai contadini) era ferocemente paternalistica: condizioni fisiche, morali ed intellettuali dei lavoratori del suolo. Da cui sappiamo che, rispetto al passato, i contadini andavano meno in chiesa, rispettavano meno i signori, avevano un unico vestito (di fustagno, al nord), vivevano in case umide con la terra battuta come pavimento, i loro figli andavano a scuola saltuariamente, nella pianura Padana mangiavano sempre granoturco, e fioriva la pellagra.

Nella giunta incaricata dell’inchiesta, il solo ad opporsi a quel metodo fu il medico Agostino Bertani, mazziniano, repubblicano, rappresentante dell’Estrema Sinistra, il quale fu incaricato di uno studio a parte che condusse soprattutto sulle condizioni sociali e igieniche dei contadini interpellando i medici condotti del Paese. Bertani credeva che la crisi agricola fosse determinata soprattutto dai rapporti di lavoro e dalla miseria dei contadini. Il che spiegava anche la crescente emigrazione. La sua ricerca fu pubblicata col titolo Risultati dell’inchiesta istituita da Agostino Bertani sulle condizioni sanitarie dei lavoratori della terra in Italia.

L’opera che proponiamo non è di pubblicazione impegnativa. Basta che ogni città o provincia pubblichi quanto riguarda il proprio circondario. Sarebbe la preziosa conoscenza di un’Italia tanto lontana quanto degna di essere riscoperta.

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da admin

Arnaldo Abba Legnazzi, vincitore del nostro concorso fotografico

febbraio 4, 2013 in Arte e mostre da admin

Arnaldo: da Brescia agli Stati Uniti.

Abba Legnazzi, 28 anni, ha il nome del nonno, Arnaldo; ama le sue radici bresciane ma sente forte la voglia di volare. Di viaggiare, per conoscere, per crescere. Per dare spazio e linfa alla sua grande passione: la fotografia. Leggi il resto di questa voce →

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da admin

Paintings in Proust

febbraio 4, 2013 in Libri perduti o da tradurre da admin

Pubblicato nel 2008 negli Stati Uniti d’America, Paintings in Proust del pittore Erik Karpeles è un tributo a La recherche du temps perdu di Marcel Proust. Leggi il resto di questa voce →

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BelColpo, Belgesto!

febbraio 2, 2013 in Musica da Claudio Ianni Lucio

Bravo, Belgesto, bravo.

L’hai fatta sotto il naso a tutti quanti, complimenti. Ma ora, sul serio, direi che può bastare. Il messaggio è stato recepito e tu, dopo anni faticosi come questi, potrai finalmente ritirarti.

Perché, fin dall’inizio, era questo il tuo piano, vero?

Il guaio sarà comunicarlo ai tuoi fans, poveri creduloni. Come farai a dire a tutte queste persone con le orecchie guaste, così sentitamente impegnate nella costruzione del tuo brescianissimo mito,  che si è trattato solo di uno scherzo, di una burla meta-artistica, di un modo per costringere la società a guardarsi dentro?

Progetto impressionante, lo ammetto.

Da parte sua, il buon Alberto Belgesto, ha contribuito, attraverso una serie di semplici e abili mosse, a creare il proprio personaggio.

Nato dai fiati, in questo caso clarinetto e sax, è passato attraverso una band di stampo blues. Ma era solo una copertura, un tono datosi per necessità. In realtà, già ai tempi, il nostro –meglio il vostro, facciamo il loro, così non si lamenta nessuno- preparava le fondamenta del presente, scrivendo tonnellate di canzoncine per chitarra e voce, soprattutto durante la sua chitarristica permanenza nei Belgesto (già, non si chiama davvero “Belgesto”).

Si diceva che il 2000 sarebbe stato l’anno dell’apocalisse, l’anno del tanto temuto Y2K bug –Millennium bug, se preferite-. Le profezie si sono rivelate deliri di folli paranoici e nulla più. Qualcosa però è successo (forse le profezie in questione avevano carattere sibillino?), infatti, proprio in quel periodo, Belgesto ha firmato delle legali scartoffie insieme alla Sony Music Publishing pubblicando il suo primo album: Non è successo niente –“Invece, ahinoi, qualcosa è successo.” (Cit. La Musica)-.

A seguito dell’uscita del primo cd, alcune emittenti radiotelevisive, tra le quali niente meno che Radio Deejay, Mtv e Radio Italia si sono solertemente prestate a sostenere il disco. Lo stesso Alberto Belgesto è stato ospite a Radio Deejay, su YouTube sono presenti degli estratti niente male, dove s’è anche goffamente esibito in diretta munito di voce incerta e zanzarescamente imprecisa (l’emozione?).

Che dire del suo primo lavoro? Una sequenza impietosa di testi ingenui –non saprei nemmeno selezionare un estratto, basta prendere un punto a caso di una strofa qualsiasi- interpretati con timbrica d’uno spessore ai minimi storici, calante per costituzione, a sua volta sorretta da motivetti trascurabili. Ma, forse, era l’età, o forse no.

Può darsi che il mio giudizio a riguardo sia troppo severo e che io ragioni da classico ‘musical snob’. Ad onor di cronaca, riporterò uno dei due commenti lasciati dai fans sotto il video del brano “Seta” su YouTube: “mi ricordo quella sera a maglioni marroni…questo è uno dei dischi piu’ belli mai fatti in italiaoriginalita’…. bravo davvero…. ti aspettiamo belge”.

Di lui, nel frattempo, s’è detto (parola di Daniele Ardenghi direttamente dal  sito www.giornalediBrescia.it in data 6 giugno 2011): cantautore di talento, mecenate (questo sì, la sua Latteria Artigianale Molloy ha fatto molto), musicista –qui la specifica ‘di talento’ risulta assente- e, finanche, guru –lo Zeus del pantheon musicale bresciano, e che saette … -.

Due album successivi, “Fantasma” e “Lontano dai robot” lo sdoganano a livello internazionale, almeno secondo i suoi ammiratori che lo accostano ai The Beatles. Tant’è vero che, nel suo profilo Facebook, il brano “L’idea del bene” (contenuto in “Lontano dai robot”), viene così commentato: “La tua Eleanor Rigby” da tale, guardate un po’, Daniele Thoc Ardenghi.

Eleanor Rigby 

Eleanor Rigby picks up the rice in the church where a wedding has been

Lives in a dream

Waits at the window, wearing the face that she keeps in a jar by the door

Who is it for?

L’idea del bene

Le mie energie, le mie emozioni

I sentimenti che ho

Amico mio ti chiedi mai

La fine che faremo noi?

Immagine

PARAGONABILISSIME, anche musicalmente. Spero che Paul McCartney venga a farsi giustizia.

Effettivamente, rispetto al primo album, si nota una certa evoluzione musicale. Le melodie sono più ricercate, più costruite. Purtroppo voce e testi rimangono qualitativamente pressoché invariati, dopotutto quella è roba sua.

A questo punto, è necessario aprire una parentesi sulla voce di Belgesto. Una timbrica tanto edulcorata, sarà tutta farina del suo sacco, oppure è una manifestazione del miracolo discografico? Ascoltando qualche esibizione live (cosa fondamentale per farsi un’idea su un cantautore), la risposta appare evidente. Non solo le sue performance dal vivo sono infarcite, come lui stesso ammette esibendo una certa modestia – … “ti ringrazio, ma x Belgesto la parola “impeccabile” non esiste. Le sue 30 o 40 toppate ce le ficca sempre dentro in qualche modo : ) è la sua caratteristica”-, di stonature , ma sembra che Alberto canti attraverso un citofono mal funzionante.

Io mi capacito di molte cose. Comprendo perfettamente che Alberto Belgesto possa avere, seppur in piccolo, un certo seguito. Tutto merito della “Sindrome da fast food emotivo” che, ormai, ha contagiato le masse dei consumatori: esiste una grossa fetta di società che pretende dal prodotto artistico un’immediatezza di contenuti e di forme adatta a estrapolare dalla fruizione quel poco di cui si ha bisogno, senza dover ricorrere ad alcun tipo di rielaborazione o di conoscenza. Nanni Moretti direbbe: “ve lo meritate Alberto Sordi”. Il mio discorso non riguarda ciò che è arte e ciò che non lo è, sia chiaro. Dico solo che esistono artisti migliori di altri e, forse (ammesso che io abbia capito come dovrebbero funzionare le cose), i migliori meriterebbero di avere qualche opportunità per primi. Qualcuno arriccerà il naso, probabilmente, vedendo parole come “migliore” e “peggiore” accostate alla figura dell’artista, perciò metto le mani avanti. La logica del “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” va superata, una volta per tutte. Rassegniamoci all’idea “è bello quel che è bello, ma piace ciò che piace”. Un prodotto artistico non diminuisce il suo valore, anche se voi lo trovate orribile. Allo stesso modo, non ne acquista, se lo trovate meraviglioso. Il gusto estetico va sviluppato, non confuso con le farfalle che si agitano in pancia.

Per questo motivo, in un ambiente strabordante di persone non solo valide ma anche artefici di prodotti validi, si decide di sponsorizzare, a danno della qualità, chi meglio va incontro a questi bisogni delle masse. Tra i molti scartati, qui nel bresciano, hanno sponsorizzato Badgesto. Tra sciami di ignorati, sulla vasta superficie del mondo, sono emersi Justin Bieber e i One Direction (non è certo colpa dei produttori se loro hanno già venduto più dischi di Jimi Hendrix, giusto per far riferimento a uno che è comunque tra i più noti di sempre. In fondo, le case discografiche lavorano per pagarsi beni di lusso in posti di lusso, non certo per una causa estetica superiore). Non dico: “i vari Belgesto no”, non ne ho certo il diritto. Dico soltanto: “perché Lui / Loro sì?”.

Ed era proprio questo che volevi farci capire, Alberto, nevvero?

Ottimo lavoro. Hai reso palese nel microcosmo bresciano l’andazzo dell’intero mondo.

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Occhi viola

gennaio 31, 2013 in Recensioni da Piera Maculotti

occhi-violaSangue e suspense. Molto orrore e un amore tanto forte da oltrepassare la morte… E poi colori vivi, evidenti fin dal titolo: Occhi viola (Ego ed. pp.103 €8), il nuovo libro di Fabio Mundadori.

E’ veloce e scattante il ritmo del racconto: un abile intreccio di fatti e mis/fatti narrati con chiara evidenza visiva, disegnati con ampia varietà di colori. Dalla fredda luce della luna al rosso delle candele accese nelle sataniche messe nere, dal viola della violenza – esercitata (e subita) – dalla protagonista Viola al mortuario pallore di Alba, co-protagonista nascosta.

Ma è dall’inquietante pieve rossa di campagna che prende avvio la storia, con l’incoscienza travestita da coraggio di un bambino alle prese con cupe ombre, presenti e passate… Un buio su cui è chiamato a far luce il commissario Sammarchi che qui – nelle vaste proprietà terriere dei Palmieri – svolge le sue indagini. Ed è un crescendo di sorprese dal primo omicidio a certi malefici riti, a vili, impensabili tradimenti… Un’inchiesta che varca i confini del noir e che – tra fughe e fuochi, tragici abbandoni e potenti esplosioni – fa di questo giallo ben congegnato uno sguardo (viola?) sul mondo; e sull’immondo: traffici e spacci, armi, droga, sesso coatto; blasfeme incarnazioni del Male (la sacerdotessa demone, l’infernale Decatriade…). E poi il Potere di chi – Padrone Supremo – manovra tutto, corpi e menti, tra cliniche private e pubbliche mangerie…

Ma è anche la forza – caparbia e solidale – delle donne, una misteriosa con/fusione di idee, e persino di identità, a far brillare gli Occhi viola di Fabio Mundadori.

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Intervista ad Amélie Nothomb (1)

gennaio 31, 2013 in Interviste da Andrea Zucchini

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Amelie Nothomb

Amélie Nothomb, scrittrice belga di lingua francese, figlia di diplomatici, è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967. Nel 1992 viene pubblicato in Francia da Albin Michel il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino (Hygiène de l’assassin), che diventa il caso letterario dell’anno: 100.000 copie vendute, due riduzioni teatrali, un film. Nelle edizioni tascabili lo stesso romanzo vende altre 125.000 copie. Da quel momento pubblica un romanzo all’anno, fedele alla stessa casa editrice, Albin Michel; in Italia è tradotta e diffusa dalla piccola casa editrice Voland (Roma). Il romanzo Stupore e tremori (Stupeur et trémblement, 1999) ha venduto in Francia 400.000 copie. Tradotta in 15 lingue, ha ricevuto 16 premi in tutto il mondo, tra cui: il prix Alain-Fournier (due volte); il prix du jury Jean Giono; il prix du roman de l’Academie Francaise; il premio Chianciano.

Fin dal primo romanzo Amélie Nothomb mostra le stesse caratteristiche di scrittura: sguardo impietoso, umorismo, storie originali. Scrittrice molto prolifica, scrive in media quattro libri l’anno, ma ne pubblica, per scelta, uno. Nei suoi libri è facile scorgere tratti autobiografici. La permanenza in Giappone, il lavoro in una multinazionale, l’amore trovato e lasciato, la bulimia. Ha dichiarato in varie interviste che la scrittura l’ha salvata.

 D: Può farci entrare nel suo laboratorio creativo?

R: Impossibile: è un sottomarino in fondo a me stessa.

 D: A chi consiglierebbe di scrivere?

R: A nessuno.

 D: A cosa pensa sia dovuto il suo successo?

R: A un malinteso.

 D: “Scrivo perché scrivere mi dà il più grande piacere artistico possibile. Se la mia opera delizia pochi eletti sono gratificato. Per quanto riguarda la massa non ho alcun desiderio di essere un romanziere popolare. E’ di gran lunga troppo facile”. (Oscar Wilde). Cosa ne pensa?

R: Ci sono tre frasi in questa dichiarazione geniale. La prima è vera, le altre sono delle meravigliose bugie.

 D: In Igiene dell’assassino, il suo romanzo più conosciuto, il lettore viene sorpreso dalla crudezza dei dialoghi, dal “male” interiorizzato, sfogato sui poveri giornalisti. Il protagonista è preso dal desiderio di rivalsa verso un mondo (le figure dei giornalisti lo rappresentano pienamente) che non lo capisce o che non si fa capire. Il tutto con un orribile segreto che solamente alla fine si svela. Nei libri successivi è facile scorgere i suoi tratti autobiografici, Né di Eva né di Adamo o Sabotaggio d’amore ne sono un esempio. Cosa si trova di autobiografico in Igiene dell’assassino?

R: È il mio libro più autobiografico: il mio manifesto letterario e il mio programma biografico.

D: In Diario di Rondine scrive: “Chi si sente di scivolare nell’elegia dovrebbe digiunare per conservare il suo corpo asciutto e austero”. Ha scritto talvolta poesie?

R: Mai.

 D: Molte persone scrivono, ma tengono per sé i propri scritti. In Italia “popolo di santi poeti e navigatori” i cassetti sono pieni, ma le persone che leggono sono poche. Succede anche in Francia.

Di chi è la responsabilità?

R: Lei descrive tutto questo come un male: molto bene.

D: Ha dichiarato che: “Un lettore vero è chi si immerge talmente nella lettura di un testo così da uscirne cambiato, che si pone nei confronti del libro in uno stato di disponibilità profonda”. Tach si lamenta del fatto che nessuno lo legge « veramente ». Lei  pensa  di aver cambiato qualcuno dei suoi lettori?

R: Sì, soprattutto quelli che dopo avermi letto ammazzano il loro vicino.

 D: In Causa di forza maggiore si parla di identità e del suo furto. Hai mai pensato che i suoi lettori possano perdere la loro identità provando a divenire un personaggio di Amèlie Nothomb se non Amélie stessa?

R: È capitato molto spesso.

 D: Lei cita il gruppo musicale dei Radiohead in Diario di Rondine e lo paragona all’opera lirica italiana per le emozioni trasmesse, cosa che ci fa molto piacere. Il melodramma spesso finisce in tragedia e spesso i buoni periscono. Ci può essere un’analogia tra i finali tragici del melodramma e i finali dei suoi libri? Che rapporto ha con la musica classica?

R: Tutti i miei libri hanno fini tragiche, da melodramma. Qual è il mio rapporto con la musica classica? Legga il mio nuovo libro: Viaggio d’inverno.

D: Nei suoi romanzi cita molti libri. Della letteratura quali libri brucerebbe e quali salverebbe? Puoi darci almeno tre titoli per ognuno?

R: Da bruciare: nessuno. I brutti libri sono necessari. Da salvare: Don Chisciotte, La principessa di Cleves, Il rosso e il nero, Le relazioni pericolose, Il ritratto di Dorian Gray, Se questo è un uomo.

 D: Ne Il ritratto di Dorian Gray l’identità e l’età del personaggio rimangono invariati. La scrittura è lo specchio di Amélie o è un filtro?

R: È lo specchio più sincero e veritiero.

 D: La scrittura è Amélie o il suo peccato?

R: La mia scrittura è il mio peccato

 D: Mi sembra che lo schema dei suoi romanzi sia questo: trasgressione – colpa – morte. Ha dichiarato che spesso sono le vittime e non i colpevoli a farsene carico. Ma perché non i colpevoli?

R: Perché non hanno mai il senso di colpa.

D: In Cosmetica del nemico il binomio scrittura-colpa ritorna di prepotenza. Questo perché, secondo lei, la scrittura è in se stessa un atto criminale e le parole sono le armi del delitto. Perché non provare a guarire?

R: Perché è un piacere troppo grande.

 D: Nei suoi libri l’amore figura sempre come una passione esasperata che porta alla distruzione dell’oggetto amato. L’odio, al contrario, non sembra essere una passione altrettanto distruttiva… E’ un classico paradosso nothombiano?

R: Si.

 D: Il paradosso è presente nei suoi scritti, come loro parte filosofica e contraddittoria. E’ nella provocazione esasperata portata al confine che si può intravedere la sua poetica?

R: Assolutamente sì. È una poetica dell’aporia.

 D: E’ sfiorando gli estremi che si arriva al centro?

R: Si, ma mostrando allo stesso tempo la totalità.

 D: Le sue tematiche sono la morte, il rapporto con il nemico interiore, l’obbedienza, la guerra, la fame, la sopravvivenza stessa, ma anche l’antica ricerca della purezza interiore. Sono tematiche forti, ma che lei affronta in maniera leggera. E’ questa la chiave per raccontare questi temi?

R: Sicuramente. La leggerezza è l’unica strada.

 D: “Gli uomini passano per essere crudeli, le donne invece lo sono. Le donne sembrano sentimentali, gli uomini invece lo sono”. Aveva ragione Friedrich Nietzsche?

R: Nietzsche Ha sempre ragione.

D: In diverse interviste hai dichiarato di non usare PC, telefonino, e-mail.  Perché rifiuta la modernità?

R: Perché sono preistorica.

 D: In Metafisica dei tubi, il rifiuto è la dimostrazione stessa dell’esistenza.  Non essendo, si è. E’ nell’acconsentire che si perde parte, o tutto, di se stessi? Perché?

R: Il consenso è una perdita di sé.

 D: Ha dichiarato: “Penso che nel corso della vita si decida tra questi due modi di acquisizione di identità. Se sarai il prodotto di una scoperta di sé o il prodotto di un’ invenzione”.

Ma scoperta ed invenzione non sono sinonimi?

R: Solo agli occhi della legge.

 D: Non è nella coscienza di sé stessi che si acquista l’identità?

R: Si, ma questo non è contradditorio con la mia teoria.

 D: In Biografia della fame ritorna il tema della morte ma traspare la mancanza di sentimenti: è sterilizzando il linguaggio che si riesce a ferire il lettore?

R: Si ferisce il mondo con questa sterilizzazione.

D: Se si dovessi definire in breve come scrittrice, come si definirebbe?

R: Sono l’ornitorinco della scrittura

 D: Di cosa parla il  suo ultimo libro Il Viaggio d’inverno?

R: Della lotta tra il freddo e il caldo.

D: L’amore tra due donne è possibile?

R: Si.

 D: Ha mai fatto pazzie per amore?

R: Si.

 D: Ce ne racconterebbe una?

R: No.

D: Il tè verde è banale?

R: Si.

 D: “Alcuni libri vanno assaggiati, altri inghiottiti, pochi masticati e digeriti.” (Francis Bacon 1561-1626). Quelli, da masticare, sono i suoi libri!

R: Sono d’accordo. Grazie.

 

 Si ringrazia l’Editore Voland di Roma per la disponibilità ricevuta.

 

A Luca

Vai alla seconda intervista

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I Mosaici Decò della Stazione Centrale di Milano ed un gazebo fuori luogo

gennaio 31, 2013 in Approfondimenti da Andrea Zucchini

I recenti restauri hanno dato una nuova luce alla Stazione Centrale di Milano. Nata come luogo di transito ovvero un NON luogo come le stazioni vengono chiamate, secondo il lessico di Marc Augé, la stazione aumenta il suo introverso richiamo con l’inserimento di negozi commerciali. Leggi il resto di questa voce →

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Figli della notte

gennaio 31, 2013 in Recensioni da Piera Maculotti

BianconiRaddrizzare il mondo, col piombo, il tritolo, la dinamite. Anni 70 e oltre. Lotte dure, cruente; tragici lutti di una lunga Notte della Repubblica. Lo sa bene chi resta: chi sopravvive a una strage, chi – nel vuoto di un’assenza improvvisa – si trova solo. Magari orfano. Come i tanti Figli della notte (Dalai ed. pp. 391 €18), al centro del denso, corposo lavoro di Giovanni Bianconi, inviato speciale del Corriere della sera, impegnato nelle più importanti vicende di giustizia e di cronaca. Gli anni di piombo raccontati ai ragazzi dice il sottotitolo di un libro che ripercorre i passaggi più significativi della nostra recente storia con una narrazione che intreccia privati s entimenti e pubblici eventi, dati, riflessioni e testimonianze toccanti.

Carlo, Silvia, Michele (Bontempi) con Giorgio (Trebeschi), Massimo,  Gianni, Caterina, Giuseppe, Sergio, Roberta, Luca. Dieci nomi diversi; ciascuno fa da incipit ai dieci capitoli che dalle ferite dei figli risalgono ai padri ammazzati e – allargando il contesto – alle centinaia di vittime di una lotta armata che colpisce alla cieca, con stragi indiscriminate, o con uccisioni mirate contro i servi dello Stato, rappresentanti delle istituzioni, bersagli disumanizzati da colpire in quanto simboli… Nel libro invece sono persone con nome, cognome, idee, affetti e famiglie che, lacerate, tentano poi di ricucire, di ripartire.

Come Carlo, figlio di Giovanni Arnoldi, una delle vittime della bomba che squarciò l’Italia intera. 12 dicembre 1969: 17 morti, 90 feriti. 36 anni di un calvario giudiziario e nessun colpevole. Anche a Milano Ingiustizia è fatta, come titola il capitolo dedicato a Brescia, piazza Loggia: tutti assolti. Restano le responsabilità storiche di un paese che Bianconi fotografa in tutta la sua contradditoria fragilità, tra oscure trame eversive, pesanti depistaggi istituzionali e follie rivoluzionarie. Sparatorie, ferimenti, assassini, rossi o neri, dal mondo neofascista – Ordine Nuovo, Ordine Nero, Anno zero, Nuclei Armati Rivoluzionari – a quello comunista: Brigate Rosse, Nuclei Armati Proletari, Prima Linea…

E tra i tanti padri cadono: Graziano Giralucci, fascista atipico giustiziato a Padova (’74); Francesco Coco, magistrato e padre all’antica (’76); l’appuntato Domenico Ricci, uomo della scorta di Aldo Moro (’78),  il maresciallo Mariano Romiti (’79), i magistrati Guido Galli e Mario Amato (’80), Roberto Peci (’81), il prof. venuto da Boston, Ezio Tarantelli… Padri di quei Figli della notte e del lutto che, crescendo, s’interrogano sul senso della vita, e di una Storia che qui è memoria viva e coinvolgente.

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