Il giardino incantato e i giochi dell’infanzia – 1945-1952 (1)
dicembre 6, 2025 in Racconti e poesie da Angelo Zorzi
La guerra era finita e la vita stava riprendendo ovunque, sia nel mio paese sia nella mia casa.
“Mamma, perché non suona più la sirena?”
“Perché non c’è più il pericolo della guerra!”
Ecco la frase che rassicurava tutti: “Non c’è più la guerra!”.
Avevo frequentato la scuola materna dal 25 aprile, giorno della Liberazione, e, ora che era estate ed ero in vacanza, trotterellavo da una stanza all’altra, tra la grande cucina, il negozio e il cortile, dove gironzolavo con la mia bicicletta rossa, giocavo con la palla e il tempo passava.
Mia madre serviva i primi clienti della mattina e fra questi c’era la cuoca della vicina casa Ranzanici. “Ma che bel bambino! Che bei riccioli d’oro! E’ suo figlio, vero, signora Gina?” disse la donna rivolgendosi a mia madre.
“Certo, signora Rosa, è il mio Angiolino! Ha cinque anni a novembre ed è abbastanza birichino! Cosa desidera oggi?”
“Ho parecchia spesa da fare, adesso glielo dico che cosa mi occorre; ma mi chiedevo se questo bel bimbo non potrebbe venire a fare compagnia alla Tota … sì, all’Antonia, che è qui da quest’inverno, sfollata da Bologna. Lo sa, vero, parlo della figlia della signora Giovanna e del signor Emanuele Rossi”.
“Ma certo che lo so dell’Antonia! E anche del Mino, suo fratello più grande. Credo che Antonia e il mio Angiolino siano stati insieme all’asilo. Per farli giocare…non c’è niente di male, ma Angiolino è un po’ vivace e non vorrei che desse fastidio alla signora Regina, la nonna: è un po’ anziana e facilmente irritabile”.
“Ma no, per niente! Sa perché le chiedo di accompagnarmelo in villa? Perchè la piccola Tota non ha nessuno con cui giocare e mi sta appresso in cucina: fra le pentole non è al sicuro”.
Io ascoltavo e, sentendo tutti questi nomi, Antonia, Tota, Mino, Regina, Giovanna ed Emanuele, ero un poco stordito, ma quando fui accompagnato davanti ad Antonia, una bambinona dai capelli castani raccolti in due trecce, un bel viso rubicondo e un bel sorriso, facemmo subito amicizia e i giochi ci legarono per tutta quell’estate.
“Antonia, Antoniaaaaa, Tota, Totaaaa…”, gridavo a squarciagola dal giardino, sotto le finestre della sua camera.
La villa, una grande e signorile costruzione di fronte a casa mia, era circondata da un bellissimo parco. Anni dopo, la mamma mi raccontò che il proprietario, il signor Enrico Ranzanici senior, facoltoso commerciante di Brescia, l’aveva vinta al gioco.
La villa era grande, con tante stanze, e aveva un’ampia veranda aperta su un giardino con tante aiuole piene di fiori e cespugli. Al centro del parco, c’era un ampio prato, attraversato da un viale ghiaioso, che portava alle vecchie rimesse. Ai lati e sul fondo del giardino, molti alberi d’alto fusto, frondosi e rigogliosi, nascondevano le case circostanti e donavano al luogo un’aura di mistero. Per un sentiero in terra battuta si giungeva ad una spianata circondata da grossi ippocastani, che, al tempo dei loro frutti, offrivano lo spunto per innocenti battaglie tra noi.
Sul fondo, poi…la montagnola: l’ammasso di terra che la costituiva, non era molto alto, ma abbastanza da sembrarlo. Su un fianco, si apriva un’apertura, oltre la quale…il buio! Un luogo per noi pauroso e nessuno si azzardava ad entrarvi. Per esorcizzare questa “grotta”, ci avvicinavamo e, rimanendo a debita distanza dall’ingresso, cacciavamo urla disumane nell’intento di avere una risposta che, in realtà, non avremmo voluto sentire. Una debole eco ci faceva sobbalzare e poi…via di corsa verso i rassicuranti spazi aperti!
Un vialetto, contornato da rocce carsiche, saliva su un ponticello circondato da uno scenario favoloso, in cui le pietre offrivano spunti alla nostra fervida immaginazione: strane figure sembravano emergere da quelle cavità, tormentate dallo scorrere dell’acqua; occhiaie vuote, bocche sgangherate di fantasmi e di mostri, uno strano bestiario che poteva disturbarci il sonno.
Alti abeti, enormi cedri del Libano formavano un bosco quasi impenetrabile; un taxus bacatus , che dopo la fioritura ci offriva gustosissime rosse bacche mielose, era il luogo di molti nostri giochi, in quello che consideravamo un giardino incantato.
Antonia veniva in estate a trascorrere le vacanze dalla nonna, col fratello maggiore, Mino, ma con noi giocava anche Brunetto, che aveva due anni in meno e abitava con la famiglia in una villetta che confinava col giardino di Antonia.
Una bella mattina d’estate attraversai di corsa la strada che divideva le nostre case e spinsi con forza il pesante cancello di ferro, presentandomi in cucina.
“Buongiorno Rosa, è sveglia Antonia?” chiesi.
“No, non l’ho ancora vista a colazione. Vai in giardino e chiamala alla finestra della sua camera! Ma non gridare troppo, altrimenti disturbi nonna Regina”.
La nonna infatti era assai burbera e il solo nominarla ci faceva accapponare la pelle. Per la verità non si vedeva mai, se non da lontano: allora alzava il suo ombrellino da sole e lo puntava verso di noi, accompagnando il gesto con parole che noi non capivamo, o, meglio, non volevamo capire. Era questa un’altra delle nostre paure!
Con noi giocava anche Brunetto che aveva due anni in meno e abitava con la famiglia in una villetta che confinava col giardino di Antonia.
Finalmente Antonia si affacciò spettinata e insonnolita alla finestra.
“Cosa vuoi, Angiolino?”
“Che cosa voglio? Che tu scenda a giocare! Sai che ore sono?”
“No che non lo so, dimmelo tu che non hai nemmeno l’orologio!”
“Va bene, non ce l’ho, ma presto l’avrò. Comunque il campanile ha battuto le dieci e… chi dorme non piglia pesci!”, l’apostrofai, sfoggiando un proverbio che mi veniva continuamente ripetuto da mio nonno.
E aggiunsi: “Io nel frattempo vado a casa di Brunetto e poi ci vediamo in giardino alla spianata della montagnola”.
“No, alla montagnola no! Se arrivo per prima sono sola e… ho paura!”
“Dai fifona, lo sai che lì dentro non c’è niente!” insistetti.
Ma lei: “No, ci troviamo qui sotto, davanti alla veranda!”
Era andata! Che tipo, Antonia! Ma d’altro canto era la padrona di casa.
La casa di Brunetto aveva una recinzione di cemento a rombi, a formare un grazioso cortiletto, adiacente alla proprietà Ranzanici: ci si poteva facilmente arrampicare sul muretto e scavalcarlo e quella mattina ero giusto a metà dell’ostacolo quando apparve la mamma di Brunetto.
“Ciao Angiolino, vai su dal tuo amico e buttalo giù dal letto, quel dormiglione! E poi vieni in cucina che ti faccio assaggiare una bella pesca al forno!”.
La signora Colomba era un’ottima cuoca e io non mi volevo perdere quella pesca. Volai giù dalla cancellata con un salto rocambolesco e su di corsa per le scale verso la camera di Brunetto.
La casa la conoscevo a memoria perché ero spesso a giocare con lui: sul pianerottolo incontrai la vecchia nonna, che, in dialetto pavese mi disse: “Chel, el dorma fin trop!”.
Ma Bruno mi aveva preparato uno scherzo: quando entrai nella camera, nella penombra vidi un rigonfiamento sul letto e gli balzai addosso. Ma abbracciai solo un cuscino e in un attimo il mio amico mi fu addosso: fra noi si scatenò una lotta divertente, il cuscino volava da una parte all’altra della camera. Ma alla fine dissi a Brunetto: “Basta, smettiamo, altrimenti ci rimetto la pesca al forno che tua mamma mi ha promesso! Preparati a scendere, ti aspetto giù, poi andiamo dall’Antonia!” E mi abbuffai con quel dolce squisito.
Il giardino di Antonia era quasi sempre la meta dei nostri giochi, ma qualche volta ci fermavamo a casa di Brunetto: nell’ampia veranda al primo piano, che aggettava sul cortiletto, la nostra fantasia si scatenava.
Su un grande tavolo avevamo tracciato le linee bianche di un campo da calcetto: utilizzando cartucce da caccia esplose, nelle quali infilavamo l’indice, lanciavamo a turno verso la porta avversaria una piccola fiche di osso, che fungeva da pallone. Si doveva dosare sapientemente la forza del lancio per non finire “fuori campo”, ovvero giù dal tavolo. Era una partita in piena regola, con falli, calci di punizione e di rigore, nonché goal. Il gioco era un antesignano del più famoso “calcetto da tavolo” che sarebbe giunto, da lì a pochi anni, nei nostri oratori e non solo.
Il gioco da noi chiamato “degli scienziati” era però il mio preferito. Il nonno di Bruno era morto da tempo ed era stato un bravissimo medico del paese, detto “il medico dei poveri”. Egli aveva un calesse trainato da un cavallo, col quale andava da quei pazienti che non potevano raggiungerlo nel suo ambulatorio. I più poveri gli pagavano l’onorario con polli, conigli, salami o…come potevano. Il nonno aveva lasciato alla sua famiglia un microscopio, in lucido ottone. L’obiettivo, fissato al di sopra del ripiano dove si posavano i reperti da esaminare, si alzava e si abbassava, a mezzo di una grossa vite zigrinata per la messa a fuoco; sullo stativo figurava incisa la scritta “Paris 1890”. Noi bambini avevamo avuto l’assoluta proibizione di toccarlo, ma quando la casa era vuota, noi giocavamo “agli scienziati”. Inizialmente non riuscivamo a capirci niente, poi, con un poco di pazienza, riuscimmo a osservare, con stupore, le meraviglie che quel fantastico strumento ci proponeva.
La ricerca di elementi da esaminare era un compito che ci assegnavamo a turno: ali, antenne, zampette di mosche e altri insetti erano le cose più consuete, ed orribili, che potevamo osservare; foglie e sottilissime radici messe sotto l’obiettivo divenivano ampie distese solcate da ragnatele di venature, in cui si vedeva scorrere la linfa, o grosse liane della foresta vergine. Bruno poi scoprì un libro che chiamammo “dello scienziato”: un manuale di microscopia che insegnava le tecniche per le osservazioni del sangue e di altri materiali organici, per individuare le malattie dell’uomo. Divorammo quel libro assimilando le parti più facili ed operative e finalmente, trovati alcuni vetrini in una scatola abbandonata nello studio medico, potevamo diventare veramente “scienziati”.
La materia prima fu subito recuperata: io, che non avevo paura di nulla, mi punsi un dito con un ago e feci una bella strisciata del mio sangue sul vetrino, proprio come da lettura delle istruzioni. Col dito in bocca, per fermare la piccola emorragia, misi il reperto sotto l’obiettivo. La prima osservazione fu fatta da Bruno, che, appena posato l’occhio all’oculare, quasi gridò: “Oddio! Quanti microbi hai nel sangue!”
Io, credo, sbiancai e mi sentii gelare e, datogli uno spintone, a mia volta mi misi ad osservare attentamente. Ma poi afferrai il libro e lo sfogliai rapidamente alla ricerca di certe immagini che mi erano rimaste in mente.
Gridai: “Bruno, sei un asino! Quelli che vedi sono i globuli e le piastrine di un sangue umano sano, il mio!”
Col tempo, anche Antonia fu coinvolta nei nostri esperimenti, anche se era perplessa circa la necessità di andare a casa di Brunetto per vedere il microscopio; alla fine però un giorno in cui a casa non c’era nessuno, si lasciò convincere. Si trattava di scavalcare la recinzione che separava la casa dal giardino: io e Bruno, svelti come scoiattoli, ci arrampicammo e ci lasciammo poi cadere dall’altra parte, nel cortiletto. Antonia stentava a salire, mettendo malamente i piedi fuori dalle losanghe di cemento, e Bruno, visto che la faccenda si faceva lunga, mi sussurrò:
“Io vado avanti a preparare lo strumento, tu aiuta Antonia e, appena pronti, mi raggiungete in camera mia”.
Antonia arrancava sulla recinzione, ma finalmente riuscì a mettersi a cavalcioni, brontolando perché il cemento le graffiava le gambe. A quei tempi le ragazze non portavano i calzoni e, quando dovette scendere, cominciò a lamentarsi:
“Angiolino, aiutami a mettere i piedi sugli appigli giusti, altrimenti non ce la faccio a scendere!”
Mi accostai e. alzando la testa verso di lei, le presi un piede e glielo infilai in uno degli spazi vuoti; ma, così facendo, non potei non vedere le sue cosce grassocce e le sue…mutande. Molto imbarazzato, non fui pronto a prendere l’altro piede che lei mi allungava e lo tenni in mano maldestramente. Antonia, credendo di avere un appoggio sicuro, si lasciò andare di peso e mi precipitò addosso. Rovinammo in terra, lei sopra di me: mi resi così conto che la ciccia, oltre che sulle cosce, era distribuita anche su tutto il suo corpo. Bruno, dalla finestra della sua camera, aveva visto tutto e rideva divertito, mentre noi ci sfregavamo le ammaccature brontolando. Antonia fu comunque contenta di quel che vide al microscopio, facendoci promettere di mostrarle ulteriori future scoperte.
(continua)
[disegni di Graziano Magro]





