Analfabeti, migranti e picciriddi: i volti dei romanzi di Marco Balzano

aprile 17, 2015 in Letteratura, Recensioni da Sonia Trovato

copBisogna trovare un altro codice, un altro modo di connettere le cose che si sanno con quelle che si vivono, altrimenti non ha senso, viviamo per frammenti, ci riduciamo a essere inutili banche dati afferma, intristito, il professor Ramino, uno dei personaggi del secondo romanzo di Marco Balzano. E Balzano – con il suo stile piano, ironico e divulgativo – ha trovato un modo brillante ed efficace di connettere le cose che si sanno con quelle che si vivono, modo iniziato con Il figlio del figlio (Avagliano, 2010, pp. 154) e confermato nei successivi Pronti a tutte le partenze (Sellerio, 2013, pp. 209) e L’ultimo arrivato (Sellerio, 2014, pp. 215). Tre romanzi diversi, ma inestricabilmente legati da un nucleo narrativo comune

Protagonista è innanzitutto Milano, un mostro con mille occhi, che appena vede che hai finito di lavorare e sei diventato inutile ti manda l’angelo della morte (Pronti a tutte la partenze, p. 105). La Milano che, negli anni del boom economico, accolse i disoccupati spiantati provenienti dal Sud d’Italia, confinandoli in palazzoni fatiscenti alle porte della città; gli stessi palazzoni che ora sono abitati da migranti sfiniti dai viaggi sui barconi e da lavori irregolari e malpagati. La Milano dove approdarono, pieni di speranze in gran parte deluse, il nonno Leonardo (Il figlio del figlio), l’insegnante precario Giusè (Pronti a tutte le partenze) e il picciriddu Ninetto Pelleossa (L’ultimo arrivato). La Milano che, negli anni in cui alla nostra generazione viene ripetutamente chiesto di essere pronta a tutte le partenze (o pronta a tutto), ha visto rinascere le famiglie allargate. Oggi, però, la condivisione di spazi angusti non ha nulla di nostalgicamente campagnolo e non è determinata dalla parentela, bensì dalla necessità imposta da un mercato immobiliare che non si adegua agli stipendi bassi e ai contratti sempre più “flessibili”. E certo che siamo una famiglia, Giusè! Ormai è rimasto solo il papa a credere che la famiglia la fa chi si sposa in chiesa e basta. Solo che noi siamo una famiglia a tempo determinato…” (Pronti a tutte le partenze, p. 79) afferma, ilare, Carlo Guerra, un insegnante precario fuggito dalle macerie dell’Aquila.

Ma forse, come sostiene perentorio il muratore bergamasco Oliviero Brandelli detto Tarzan, il lavoro è sempre stato precario (Pronti a tutte le partenze, p. 120). E allora, Balzano non manca di ricordare quella vita dietro l’angolo eppure tanto diversa, fatta di secchi d’acqua lercia svuotati per strada, analfabeti, case con la cisterna che gocciola nella notte (Il figlio del figlio, p. 102); la vita di nonno Leonardo o di Ninetto Pelleossa, vita di privazioni e sacrifici (Il figlio del figlio, p. 19), di scolarizzazione pressoché assente, di radici recise senza essere mai rimpiazzate del tutto.

marco_balzano_841779È la prima persona il punto di vista narrativo prediletto dall’autore, una prima persona probabilmente semi-biografica nelle prime due opere e che non può esserlo nella terza. Nell’Ultimo arrivato è infatti narrata, con tono scanzonato e antiretorico, la spensierata ma tragica odissea di un picciriddu che, per far tacere uno stomaco che raglia e nel quale entrano per anni solo acciughe, emigra nella Milano delle grandi fabbriche. Attraverso uno sguardo dapprima ingenuo e via via più consapevole e duro, il picciriddu che si fa uomo mostra, della città, tutte le fasi,4682-3 arrivando a sfiorare una recessione che il capoluogo lombardo nasconde dietro alle passerelle della Settimana della moda o ai cantieri dell’Expo.

padri sono un’altra costante dei tre romanzi. Padri ambivalenti, talora amorevoli e talora assenti; padri anche putativi, come il maestro Vincenzo, che ricorre ossessivamente nelle memorie mitizzate dell’infanzia di Ninetto Pelleossa e che rappresenta l’apogeo di una professione non ancora svilita dal precariato e dai tagli all’istruzione: Dopo Peppino, anche se non gliel’ho mai detto, la persona a cui volevo più bene era il maestro Vincenzo. Ero più affezionato a lui che a mio padre Rosario. Non solo perché non era noioso e non menava mazzate quando rientravo a casa con la giubba strappata o le ginocchia sbucciate, ma per le poesie che ci leggeva (L’ultimo arrivato, p. 15).

Adelìa, una delle donne incontrate da Giusè, propone un metodo bizzarro ma efficace per valutare la bellezza di un’opera letteraria: Io faccio così. Se alla fine della lettura ci sta bene la frase «e chi se ne frega!» vuol dire che la poesia è insignificante. Se invece quella frase stona, vuol dire che allora la poesia trasmette (Pronti a tutte le partenze, p. 181). Ecco, «e chi se ne frega» è una di quelle considerazioni che proprio non vengono in mente leggendo le storie, piene di delicatezza, di umorismo e di intelligenza, di Marco Balzano.

Gruppo 2009 incontrerà l’autore sabato 18 aprile, alle ore 17.30, presso il Caffè Letterario Primo Piano (Vicolo Beccaria, 10): https://www.facebook.com/events/451974134960788/
locandina definitiva
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