Intervista ad Amélie Nothomb (1)

gennaio 31, 2013 in Interviste da Andrea Zucchini

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Amelie Nothomb

Amélie Nothomb, scrittrice belga di lingua francese, figlia di diplomatici, è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967. Nel 1992 viene pubblicato in Francia da Albin Michel il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino (Hygiène de l’assassin), che diventa il caso letterario dell’anno: 100.000 copie vendute, due riduzioni teatrali, un film. Nelle edizioni tascabili lo stesso romanzo vende altre 125.000 copie. Da quel momento pubblica un romanzo all’anno, fedele alla stessa casa editrice, Albin Michel; in Italia è tradotta e diffusa dalla piccola casa editrice Voland (Roma). Il romanzo Stupore e tremori (Stupeur et trémblement, 1999) ha venduto in Francia 400.000 copie. Tradotta in 15 lingue, ha ricevuto 16 premi in tutto il mondo, tra cui: il prix Alain-Fournier (due volte); il prix du jury Jean Giono; il prix du roman de l’Academie Francaise; il premio Chianciano.

Fin dal primo romanzo Amélie Nothomb mostra le stesse caratteristiche di scrittura: sguardo impietoso, umorismo, storie originali. Scrittrice molto prolifica, scrive in media quattro libri l’anno, ma ne pubblica, per scelta, uno. Nei suoi libri è facile scorgere tratti autobiografici. La permanenza in Giappone, il lavoro in una multinazionale, l’amore trovato e lasciato, la bulimia. Ha dichiarato in varie interviste che la scrittura l’ha salvata.

 D: Può farci entrare nel suo laboratorio creativo?

R: Impossibile: è un sottomarino in fondo a me stessa.

 D: A chi consiglierebbe di scrivere?

R: A nessuno.

 D: A cosa pensa sia dovuto il suo successo?

R: A un malinteso.

 D: “Scrivo perché scrivere mi dà il più grande piacere artistico possibile. Se la mia opera delizia pochi eletti sono gratificato. Per quanto riguarda la massa non ho alcun desiderio di essere un romanziere popolare. E’ di gran lunga troppo facile”. (Oscar Wilde). Cosa ne pensa?

R: Ci sono tre frasi in questa dichiarazione geniale. La prima è vera, le altre sono delle meravigliose bugie.

 D: In Igiene dell’assassino, il suo romanzo più conosciuto, il lettore viene sorpreso dalla crudezza dei dialoghi, dal “male” interiorizzato, sfogato sui poveri giornalisti. Il protagonista è preso dal desiderio di rivalsa verso un mondo (le figure dei giornalisti lo rappresentano pienamente) che non lo capisce o che non si fa capire. Il tutto con un orribile segreto che solamente alla fine si svela. Nei libri successivi è facile scorgere i suoi tratti autobiografici, Né di Eva né di Adamo o Sabotaggio d’amore ne sono un esempio. Cosa si trova di autobiografico in Igiene dell’assassino?

R: È il mio libro più autobiografico: il mio manifesto letterario e il mio programma biografico.

D: In Diario di Rondine scrive: “Chi si sente di scivolare nell’elegia dovrebbe digiunare per conservare il suo corpo asciutto e austero”. Ha scritto talvolta poesie?

R: Mai.

 D: Molte persone scrivono, ma tengono per sé i propri scritti. In Italia “popolo di santi poeti e navigatori” i cassetti sono pieni, ma le persone che leggono sono poche. Succede anche in Francia.

Di chi è la responsabilità?

R: Lei descrive tutto questo come un male: molto bene.

D: Ha dichiarato che: “Un lettore vero è chi si immerge talmente nella lettura di un testo così da uscirne cambiato, che si pone nei confronti del libro in uno stato di disponibilità profonda”. Tach si lamenta del fatto che nessuno lo legge « veramente ». Lei  pensa  di aver cambiato qualcuno dei suoi lettori?

R: Sì, soprattutto quelli che dopo avermi letto ammazzano il loro vicino.

 D: In Causa di forza maggiore si parla di identità e del suo furto. Hai mai pensato che i suoi lettori possano perdere la loro identità provando a divenire un personaggio di Amèlie Nothomb se non Amélie stessa?

R: È capitato molto spesso.

 D: Lei cita il gruppo musicale dei Radiohead in Diario di Rondine e lo paragona all’opera lirica italiana per le emozioni trasmesse, cosa che ci fa molto piacere. Il melodramma spesso finisce in tragedia e spesso i buoni periscono. Ci può essere un’analogia tra i finali tragici del melodramma e i finali dei suoi libri? Che rapporto ha con la musica classica?

R: Tutti i miei libri hanno fini tragiche, da melodramma. Qual è il mio rapporto con la musica classica? Legga il mio nuovo libro: Viaggio d’inverno.

D: Nei suoi romanzi cita molti libri. Della letteratura quali libri brucerebbe e quali salverebbe? Puoi darci almeno tre titoli per ognuno?

R: Da bruciare: nessuno. I brutti libri sono necessari. Da salvare: Don Chisciotte, La principessa di Cleves, Il rosso e il nero, Le relazioni pericolose, Il ritratto di Dorian Gray, Se questo è un uomo.

 D: Ne Il ritratto di Dorian Gray l’identità e l’età del personaggio rimangono invariati. La scrittura è lo specchio di Amélie o è un filtro?

R: È lo specchio più sincero e veritiero.

 D: La scrittura è Amélie o il suo peccato?

R: La mia scrittura è il mio peccato

 D: Mi sembra che lo schema dei suoi romanzi sia questo: trasgressione – colpa – morte. Ha dichiarato che spesso sono le vittime e non i colpevoli a farsene carico. Ma perché non i colpevoli?

R: Perché non hanno mai il senso di colpa.

D: In Cosmetica del nemico il binomio scrittura-colpa ritorna di prepotenza. Questo perché, secondo lei, la scrittura è in se stessa un atto criminale e le parole sono le armi del delitto. Perché non provare a guarire?

R: Perché è un piacere troppo grande.

 D: Nei suoi libri l’amore figura sempre come una passione esasperata che porta alla distruzione dell’oggetto amato. L’odio, al contrario, non sembra essere una passione altrettanto distruttiva… E’ un classico paradosso nothombiano?

R: Si.

 D: Il paradosso è presente nei suoi scritti, come loro parte filosofica e contraddittoria. E’ nella provocazione esasperata portata al confine che si può intravedere la sua poetica?

R: Assolutamente sì. È una poetica dell’aporia.

 D: E’ sfiorando gli estremi che si arriva al centro?

R: Si, ma mostrando allo stesso tempo la totalità.

 D: Le sue tematiche sono la morte, il rapporto con il nemico interiore, l’obbedienza, la guerra, la fame, la sopravvivenza stessa, ma anche l’antica ricerca della purezza interiore. Sono tematiche forti, ma che lei affronta in maniera leggera. E’ questa la chiave per raccontare questi temi?

R: Sicuramente. La leggerezza è l’unica strada.

 D: “Gli uomini passano per essere crudeli, le donne invece lo sono. Le donne sembrano sentimentali, gli uomini invece lo sono”. Aveva ragione Friedrich Nietzsche?

R: Nietzsche Ha sempre ragione.

D: In diverse interviste hai dichiarato di non usare PC, telefonino, e-mail.  Perché rifiuta la modernità?

R: Perché sono preistorica.

 D: In Metafisica dei tubi, il rifiuto è la dimostrazione stessa dell’esistenza.  Non essendo, si è. E’ nell’acconsentire che si perde parte, o tutto, di se stessi? Perché?

R: Il consenso è una perdita di sé.

 D: Ha dichiarato: “Penso che nel corso della vita si decida tra questi due modi di acquisizione di identità. Se sarai il prodotto di una scoperta di sé o il prodotto di un’ invenzione”.

Ma scoperta ed invenzione non sono sinonimi?

R: Solo agli occhi della legge.

 D: Non è nella coscienza di sé stessi che si acquista l’identità?

R: Si, ma questo non è contradditorio con la mia teoria.

 D: In Biografia della fame ritorna il tema della morte ma traspare la mancanza di sentimenti: è sterilizzando il linguaggio che si riesce a ferire il lettore?

R: Si ferisce il mondo con questa sterilizzazione.

D: Se si dovessi definire in breve come scrittrice, come si definirebbe?

R: Sono l’ornitorinco della scrittura

 D: Di cosa parla il  suo ultimo libro Il Viaggio d’inverno?

R: Della lotta tra il freddo e il caldo.

D: L’amore tra due donne è possibile?

R: Si.

 D: Ha mai fatto pazzie per amore?

R: Si.

 D: Ce ne racconterebbe una?

R: No.

D: Il tè verde è banale?

R: Si.

 D: “Alcuni libri vanno assaggiati, altri inghiottiti, pochi masticati e digeriti.” (Francis Bacon 1561-1626). Quelli, da masticare, sono i suoi libri!

R: Sono d’accordo. Grazie.

 

 Si ringrazia l’Editore Voland di Roma per la disponibilità ricevuta.

 

A Luca

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schiaritiChi è Alberto Schiariti?

Sono un ragazzo di quasi 24 anni, perito informatico e da pochi mesi senza fissa… mansione. Ho lavorato per quasi 4 anni (da quando ne avevo 20) in un’azienda di consulenza & formazione, ma con il tempo mi sono mancati gli stimoli e gli sforzi che facevo per recarmi in ufficio sono diventati troppo pesanti, quindi ho mollato tutto e ho deciso di cambiare vita. Mossa difficile per il periodo in cui siamo, ma non avevo certo voglia di invecchiare in posti sbagliati perché “c’è crisi”, scusa che ormai serve per giustificare qualsiasi cosa. Non nego però che l’Alberto lettore deve indirettamente molto al lavoro che svolgevo, dato che a causa di esso viaggiavo più di 3 ore al giorno su treni e autobus, arrivando quindi a leggere in media più di 50 libri ogni anno. Leggi il resto di questa voce →

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