D’Annunzio “Priore in peccato di gola”. A cura di Pino Mongiello.

novembre 19, 2013 in Letteratura da redazione

Venerdì 29 novembre alle ore 17.30, presso la Sala dei Provveditori del Palazzo Comunale di Salò, si svolgerà la presentazione del nuovo libro di Pino Mongiello “D’Annunzio – Il Priore in peccato di gola”. A seguire, un rinfresco e la mostra fotografica dedicata alla cucina dannunziana.

dannunzio

Così l’autore, Pino Mongiello, racconta il suo libro.

Volendo avvicinarmi, in qualche modo, al poeta che meno avevo studiato nella mia carriera scolastica, ho colto l’occasione del 150° anniversario della sua nascita (D’Annunzio fu anche insignito della cittadinanza onoraria della mia città, Salò, nel 1923) per cercare di scoprire quale rapporto egli avesse avuto con il cibo: argomento, peraltro, oggi molto di moda. Dico subito che il suo fu un rapporto seduttivo, dove la componente dell’eros era essenziale. Ho dunque prodotto un libriccino (pp. 128 tra testo e foto) che “G9”, insieme ad “Arti edizioni” di Brescia, ha deciso di collocare tra le proprie pubblicazioni.

Entrando nella sala da pranzo della Prioria, al Vittoriale, mi sono chiesto: “Cosa ci fa qui uno Scimmione? E il Fauno che insegue una ninfa?  E Paolo e Francesca, innamorati e dannati, che Dante colloca all’Inferno, nella sua Commedia? E la tartaruga, enorme, una volta circolante paciosa per i giardini del Vate? Sono simboli – ho pensato – e, come tali, richiamano la curiosità dei visitatori di oggi, spesso disattenti e smemorati dei miti classici, formati come sono su altre basi e altri fondamenti culturali. E gli ospiti di d’Annunzio, da lui invitati negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, che cosa avranno pensato di una simile messinscena? Che strana stanza quella della Cheli, la tartaruga, cioè, che la stravagante contessa Luisa Casati regalò, viva, al suo amante, e che vide poi svuotata e ridotta all’osso, proprio così, e monumentalizzata, dopo che l’animale morì per un’indigestione di tuberose! La sala della Cheli fu costruita tra il 1926 e il 1929, su progetto dell’architetto Giancarlo Maroni, ma fu tappezzata e riempita di oggetti, i più disparati, dal Poeta che, a seconda dei casi, e in diverse occasioni, si autonominava “Priore”: ora “in odore di santità”, ora “in peccato di gola”. Ma in quella sala rutilante di colori si sedeva sempre più raramente, fino a disertarla negli ultimi anni di vita, lasciando i commensali in compagnia di uno, o di una sua sostituta, mentre lui si ritirava a mangiare nella Zambracca, appartato e solo, vicino ai libri, seduto al tavolo da lavoro. Non si trattava di misantropia ma di “male di vivere”, certamente causato dal progressivo e rapido procedere di un deperimento fisico che non sopportava di essere sottoposto, e giudicato, agli occhi dei compagni di mensa. Però quella sala d’Annunzio l’aveva voluta a tutti i costi, e aveva preteso di essere lui ad ornarla e riempirla di oggetti. Nella sala della Cheli c’è l’inventario degli oggetti descritti nei suoi romanzi, c’è il gioco degli opposti, c’è il pensiero filosofico materialista e c’è l’affermazione del  princìpio di conoscenza che avviene, lui dice, attraverso i sensi. Chi entra in quella sala, ed è appena un poco accorto delle cose dannunziane, vi trova la circolarità della sua esistenza, dalla fanciullezza alla soglia della morte. Anche la cosiddetta spiritualità francescana vi è rappresentata: sul tavolo, sopra la bellissima tovaglia disegnata e tessuta da Mariano Fortuny, ci sono i sottopiatti d’argento che riportano, a sbalzo, dei motti ispirati ai fioretti di san Francesco, ma che sono in effetti assolutamente dannunziani. Come può coesistere senza conflitto, se ci si pensa, l’esortazione alla povertà con la preziosità del metallo? Non ci sono equivoci. È il “Priore” che lo confessa, in una lettera al suo architetto: «Non penso a un Refettorio conventuale. In questi ultimi tempi si è accentuato il mio disdegno per le forme tradizionali del misticismo. Il mio misticismo è mio, singolarissimo. Scrivo un libro per disingannare gli sciocchi che mi credono francescano… Sono francescano del Quarto Ordine». Collegata alla sala da pranzo è la cucina, completata alla fine degli anni Venti, dotata dei più moderni (per allora) marchingegni, gestita da uno stuolo di cuoche, a capo delle quali stava Albina Becevello, anzi “Suor Albina”, sempre pronta a soddisfare le imprevedibili esigenze gastronomiche del padrone. Al Vittoriale sono conservati i messaggi del “Priore” alla cuoca. Eccone uno: “Cara Albina, più tardi avrò una donna bianca sopra un lino azzurro. Le donne bianche, dopo gli esercizi difficili, hanno fame. …”. In un altro messaggio, invece, mette per iscritto un menù che dovrebbe supportare una dieta ferrea: “Pasto cotidiano del “Padre Priore” dal dì primo d’agosto alle calende greche. – Fedelini, per la fedeltà, o riso asciutto, per l’umiltà. – Tre uova nel tegamino o nella gelatina, o nell’imbroglio. – Formaggio e frutta. – Dolce: la domenica e il giovedì. 1° agosto 1926”. In uno degli ultimi Natali, vissuti pressoché in solitudine al Vittoriale, d’Annunzio si abbandonerà alla nostalgia e scriverà malinconicamente su un biglietto: «È finita la vigilia. Forse a quest’ora tutta la gente è in gozzoviglia… Io sono digiuno da quarantotto ore. Vado a cercare un parrozzetto. Lo apro, lo mangio. Assaporo in esso – sotto la specie dell’amarezza – il Natale d’infanzia». Il cerchio si chiude: la terra d’origine, l’Abruzzo, al principio e alla fine!

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