Cecilia Carreri, l’impresa della prima donna italiana alla Transat Jacques Vabre

settembre 4, 2026 in La via del mare, Recensioni da Viola Allegri

Copertina mare verticaleCecilia Carreri, vicentina, giudice penale, cammina sulla spiaggia ocra di Dunkerque, la mente in conflitto. L’odore dell’oceano, il fascino della sua immensità, le onde spazzate dal vento, l’emozione che l’attraversa sono la bellezza e la forza di quell’istinto che l’ha portata a scelte estreme: l’alpinismo estremo fino all’Himalaya e alle cime dell’Africa, il Circolo polare artico, l’attraversamento del deserto del Tibesti, il lago Ciad, avventure spesso affrontate da sola. Dall’altra parte del cervello c’è la razionalità di una giudice, il dubbio che l’impresa sia più grande di lei, un disegno che è pura follia a cominciare dai costi di una barca a vela, l’Imoca 60, lunghezza circa 18 m, per una regata tra le più difficili, in Brasile: la Transat Jacques Vabre, più tardi chiamata La route du café, quella che facevano le navi per portare il caffè in Europa. 

Le 35 vele partecipanti partono con 40 nodi di vento, faranno 4.500 miglia nautiche (km 10.001). Si partecipa in due dopo la prova di aver fatto in barca 1.000 miglia nautiche.

Sono ammessi monoscafi Imoca e pluriscafi oceanici (in pratica solo trimarani, per le difficoltà della regata) oltre a categorie minori. Cecilia conosce già la vela avendo un Mumm 36 con cui ha fatto il giro d’Italia. Con lei c’è Joè, uno skipper al momento disoccupato (un bravo skipper non è mai disoccupato). Cecilia affitta un Imoca usato e fermo da tempo che viene risistemato da Joè con nuovi materiali, a partire dalle drizze e da quanto è necessario per una traversata dell’’Atlantico, dove s’incontrano ogni forza e cambiamenti di vento e di mare e ci si deve adattare alla bolina come al lasco.

Barca a velaAlla regata partecipano i più grandi skipper del mondo, in trimarano Soldini e Malingri, e in monoscafo la giovane Ellen MacArthur, l’astro della marineria mondiale.

Riassumo il suo scritto,  L’oceano di Mare Verticale, pubblicato da Mursia :

Partiamo con un vento di 40 nodi e già nel golfo di Biscaglia cominciano ritiri e naufragi. Più avanti si rovescia il trimarano di Soldini e Malingri, Cecilia è l’unica italiana rimasta in gara. Con solo trinchetta e randa terzarolata, la barca va come un missile nella notte tra frangenti che sembrano montagne e spazzano interamente la coperta formando enormi cascate d’acqua nel pozzetto dove bisogna stare per evitare nella Manica collisioni con i molti cargo. Tutto sbatte furiosamente, difficile mangiare e dormire, impossibile stare in piedi, si vive con la cerata umida e gli stivali sempre addosso. Quando il vento scende a 28 nodi, si cambiano le vele che sono grandi da cento a duecento mq: bisogna issare la randa di 100 kg in cima a un albero di 29 m d’altezza. Uno sforzo immenso per ambedue. Il rumore dello scafo è impressionante, di lasco l’onda lo porta in alto, poi la prua si abbatte nel vuoto immergendosi fino all’onda successiva. Si mangia e si dorme quando si può, al massimo due ore, anche meno per la tensione, poi c’è il cambio. Non c’è letto, che non servirebbe, Cecilia dorme sullo spinnaker. La fatica è enorme, le manovre devono essere sicure e veloci. L’Imoca è una barca fatta per correre, infatti “ha il fondo piatto come una sogliola”, e in acqua una chiglia con un bulbo che insieme arrivano a 4.000 kg perché la barca, se si rovescia, sia in grado di raddrizzarsi. 

All’interno è piena di strumenti che trasmettono i dati della navigazione: GPS, angolo del vento e della barca, velocità, vento apparente e vento reale, angolo dell’autopilota, elementi che in parte conosce perché li aveva sul Mumm, ancor più conosce gli strumenti meteo che usava nelle spedizioni in Himalaya quando guardavo gli altri arrampicare, quelle cose le avevo già vissute. 

Cecilia chiama la barca Mare Verticale, perché adora l’alpinismo, perché il verticale è sempre il difficile, perché è il suo modo di vivere. Il nome della barca è italiano. È la prima italiana alla Transat Jacques Vabre, fatto che, insieme alla mancanza di sponsor dipinti su scafo e vele, suscita subito la generale curiosità. 

Il suo nome vola in internet con quello degli skipper oceanici. La stampa vuol sapere il perché della sua scelta. Cecilia è laconica: Ho deciso di conoscere l’oceano. Cercavo una barca che fosse la logica prosecuzione del Mumm 36. Ho cominciato a frequentare Rochelle e Les Sables d’Olonne e sono rimasta scioccata dagli Open 60. Ho sentito una continuità tra le mie esperienze alpinistiche e queste barche che riflettono il mio modo di vivere e pensare la navigazione. 

La fatica è enorme, come non aveva mai provata, ma albe e tramonti, una luna incredibilmente limpida, lo spazio che confonde l’orizzonte, i colori unici, un rosa di seta  e un azzurro che la commuovono, le suscitano lacrime di suggestione e la tengono con gioia al timone. Arrivano al nono posto, un bel risultato considerato che il suo Impala è vecchio e pesante. 

Grandi celebrazioni, banchetti, filmati, interviste, presentazioni sul palco, applausi, un circo milionario che le suscita nausea, per cui fugge in albergo a telefonare a familiari e amici, a tentare di dormire quando invece è abituata a svegliarsi ogni due ore. 

Il contrario di Joè che sfrutta ogni momento per farsi notare e rilanciarsi nella grande vela. 

Con lui i rapporti sono stati difficili, tranne che per brevi periodi. Lui ha rivelato capacità tecniche, ma un’incompletezza strategica (sua e del suo routier meteo a terra) che lei correggeva il più possibile. Poi il difficile ritorno di bolina con un tempo duro, nella barca da riconsegnare, mentre i marinai famosi tornano in aereo lasciando ad altri il problema di sistemare la barca. Alla fine un saluto sbrigativo, l’automobile a nolo, l’aeroporto e l’Italia. Una formidabile indimenticabile felicità.

di Viola Allegri

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