Quando il male diventa dovere: un minimo comune denominatore tra terrorismo, antivaccinismo, genocidi e proteste “green”
febbraio 20, 2026 in Approfondimenti, Recensioni da Marco Castelli
Il volume di Isabella Merzagora, Il male per una buona causa. L’idealismo pervertito , edito da Raffaella Cortina Editore , è un’opera che difficilmente si può finire senza avvertire una sensazione di smarrimento. Tale disagio nasce dalla percezione della fragilità del confine tra “i cattivi”, che compiono il male, e coloro che invece agiscono nel rispetto dei dettami della convivenza civile. Una soglia che solitamente si immagina costitutiva – “noi non siamo così” – o riconducibile a processi psichiatrici – “cose da matti” – si rivela invece molto più sfumata, da valutarsi più nelle prassi che negli ideali. L’Autrice, già professoressa di criminologia presso l’Università degli Studi di Milano e presidentessa dell’Associazione Italiana dei Criminologi, apre il discorso mettendo in dubbio due diffusi preconcetti, «il primo consiste nel ritenere che commettere azioni malvagie sia facile e il secondo che chi commette tali azioni sappia di essere malvagio» (p. 9). Per quanto riguarda il primo “preconcetto”, la criminologia ha chiarito come per compiere il male sia necessario sospendere i freni sociali interiorizzati tramite l’educazione. Ciò può essere fatto grazie alle c.d. “tecniche di neutralizzazione” (Sykes e Matza), ossia giustificazioni che «consentono al soggetto di neutralizzare […] il conflitto con la morale almeno parzialmente accettata, di fronteggiare il senso di colpa o di vergogna, il rimorso che consegue alla violazione di un precetto interiorizzato» (p. 10). Tra le diverse strategie – dalle tecniche di negazione (della propria responsabilità o della vittima) alla “minimizzazione del danno provocato”, fino alla “condanna di chi condanna”, etc. – Merzagora in quest’opera ne perimetra una tra le più ambigue, quella dell’“idealismo pervertito”. È questa una forma di “disimpegno morale” (Bandura) che oltrepassa il consueto schema criminogeno, non consistendo «nel fare in modo che si possano compiere azioni malvagie bensì nel ritenere che tali azioni si debbano commettere perché il motivo per cui le si esegue è una buona causa» (p. 18). Leggi il resto di questa voce →






Tra le molte questioni aperte (o mai chiuse) che l’intelligenza artificiale sembra imporre al pensiero, una è sicuramente quella della sua velocità. O, meglio ancora, della sua costitutiva lentezza. Come spesso capita, sembra che il pensiero — qui inteso come pensiero critico, cioè allontanamento dalla cosa stessa per vederla meglio — sia arrivato e arrivi un po’ in ritardo. Un tema, questo, della velocità del pensiero, più che fondamentale nella società contemporanea.
Fu tutta colpa di Ljubisa Beara, un colonnello serbo-bosniaco. A scuola era un bravo ragazzo, diligente, educato, attento, un ragazzo generoso. Da militare si era distinto nella guerra in Kosovo, era salito di grado ed era responsabile dei Servizi di sicurezza. Ma Storia e Politica sono un matrimonio in cui coabitano il successo e l’orrore, e fu questo a incontrare Beara.
Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Dolce e chiara è la notte e senza vento, 

Lei dice:
Osservavo. Un magnifico mobilio dell’Impero, a fasce lilla e gialle, due canterani a mezzaluna di legno intarsiato, desiderabilissimi, alcune tele di pregio; e tutte queste cose profanate dai soprammobili di mezzo secolo di cattivo gusto; fiori e frutti sotto campane, uccelli imbalsamati. Tutti gli arredi indispensabili dei salotti atroci. Miniature, dagherrotipi…
Walter Benjamin