L’impossibile incontro
maggio 10, 2026 in Racconti e poesie da Salvatore Attanasio

Rocca di Soncino
E’ autunno. Le foglie sono già cadute, da tanto ormai, non più come una volta che ogni cosa avveniva a tempo debito. Le stagioni non si distinguono più l’una dall’altra. L’aria è fredda, forse complice un leggero vento che si incunea tra le viuzze, giù dal castello, e tutto ciò rende la giornata quasi invernale.
Non me ne curo. Alla mia età, un po’ di freddo… ho visto ben altro. E poi, sto già varcando la soglia del Palazzo. Lo chiamo semplicemente così, il Palazzo. Non è la prima volta che lo visito. D’altronde fotografare le vecchie sale dei vecchi palazzi è quanto di più bello possa regalarmi.
Mi affascinano queste sale, oggi polverose e buie, che un tempo hanno ospitato personaggi ed eventi passati alla storia. Oggi invece sono solo testimoni di un passato che non tornerà mai più. Dicevo che non è la prima volta che torno al Palazzo; fotografare vuol dire, come afferma qualcuno, “dipingere con la luce” e la luce del mattino è diversa da quella del meriggio o del tramonto, così ogni volta che visito un castello o un palazzo per fotografare sale, saloni, scale o sotterranei, segrete e prigioni, ritorno sempre per farlo con una luce diversa. Leggi il resto di questa voce →















Se credi di non volere e potere altro al mondo che scrivere, se ti senti così profondamente
Ma cosa vogliono questi contadini?
Fra la moltitudine di filosofi, uno sopra l’altro, che la scuola (con esiti modesti) mi ha imposto di studiare – da Talete agli esistenzialisti – pensavo e penso che tanti (non certo Socrate), occupandosi d’Etica, abbiano detto sciocchezze, a partire dal sommo
Si sente spesso parlare di razzismo, e definire razzista una persona o un comportamento è diventato molto comune. Eppure, alla fine, tutti negano di esserlo. Le discussioni sono frequenti e i pareri spesso inconciliabili. Ma cosa può dire la biologia a proposito del razzismo? I biologi possono aiutarci a fare chiarezza sul concetto di razza umana?
Il volume di Isabella Merzagora, Il male per una buona causa. L’idealismo pervertito , edito da Raffaella Cortina Editore , è un’opera che difficilmente si può finire senza avvertire una sensazione di smarrimento. Tale disagio nasce dalla percezione della fragilità del confine tra “i cattivi”, che compiono il male, e coloro che invece agiscono nel rispetto dei dettami della convivenza civile. Una soglia che solitamente si immagina costitutiva – “noi non siamo così” – o riconducibile a processi psichiatrici – “cose da matti” – si rivela invece molto più sfumata, da valutarsi più nelle prassi che negli ideali. L’Autrice, già professoressa di criminologia presso l’Università degli Studi di Milano e presidentessa dell’Associazione Italiana dei Criminologi, apre il discorso mettendo in dubbio due diffusi preconcetti, «il primo consiste nel ritenere che commettere azioni malvagie sia facile e il secondo che chi commette tali azioni sappia di essere malvagio» (p. 9). Per quanto riguarda il primo “preconcetto”, la criminologia ha chiarito come per compiere il male sia necessario sospendere i freni sociali interiorizzati tramite l’educazione. Ciò può essere fatto grazie alle c.d. “tecniche di neutralizzazione” (Sykes e Matza), ossia giustificazioni che «consentono al soggetto di neutralizzare […] il conflitto con la morale almeno parzialmente accettata, di fronteggiare il senso di colpa o di vergogna, il rimorso che consegue alla violazione di un precetto interiorizzato» (p. 10). Tra le diverse strategie – dalle tecniche di negazione (della propria responsabilità o della vittima) alla “minimizzazione del danno provocato”, fino alla “condanna di chi condanna”, etc. – Merzagora in quest’opera ne perimetra una tra le più ambigue, quella dell’“idealismo pervertito”. È questa una forma di “disimpegno morale” (Bandura) che oltrepassa il consueto schema criminogeno, non consistendo «nel fare in modo che si possano compiere azioni malvagie bensì nel ritenere che tali azioni si debbano commettere perché il motivo per cui le si esegue è una buona causa» (p. 18). 
Tra le molte questioni aperte (o mai chiuse) che l’intelligenza artificiale sembra imporre al pensiero, una è sicuramente quella della sua velocità. O, meglio ancora, della sua costitutiva lentezza. Come spesso capita, sembra che il pensiero — qui inteso come pensiero critico, cioè allontanamento dalla cosa stessa per vederla meglio — sia arrivato e arrivi un po’ in ritardo. Un tema, questo, della velocità del pensiero, più che fondamentale nella società contemporanea.