Perché anche noi siamo l’Intelligenza Artificiale
febbraio 6, 2026 in Approfondimenti, Recensioni da Mateo Hernandez George
Vedere l’IA come pratica, anche di soggettivazione, e non solo come Macchina, a partire da Carlo Sini
Tra le molte questioni aperte (o mai chiuse) che l’intelligenza artificiale sembra imporre al pensiero, una è sicuramente quella della sua velocità. O, meglio ancora, della sua costitutiva lentezza. Come spesso capita, sembra che il pensiero — qui inteso come pensiero critico, cioè allontanamento dalla cosa stessa per vederla meglio — sia arrivato e arrivi un po’ in ritardo. Un tema, questo, della velocità del pensiero, più che fondamentale nella società contemporanea.
Se da un lato il pensiero arriva per forza più tardi rispetto alla contingenza — poiché quando si pensa, si pensa sempre al di là del tempo, anche se “nel” e “del” tempo — la realtà contemporanea, invece, sembra aver avuto un’accelerazione senza precedenti e non sembra intenzionata a fermarsi, anzi. Nell’epoca in cui viviamo, quella dell’accelerazione scientifica, tecnica e comunicativa, il pensiero, costitutivamente lento, sembra sempre, e sempre di più, in ritardo.
Quel che manca, in fondo, è un certo potere predittivo che avevamo assegnato, nel Novecento e non solo, al ruolo dell’intellettuale: colui che indicava, al di là dei processi contingenti, una trama più fitta, ma nascosta, in cui idealmente si riconoscevano processi storici che avrebbero portato le loro conseguenze nel tempo a venire. La società “predittiva” è ora sostituita da una società dell’accelerazione: un’accelerazione che ci lascia senza strumenti linguistici, concettuali e predittivi — oltreché politici — e che genera un senso di angoscia e di perdita di orientamento.
Le pratiche (come l’intelligenza artificiale) hanno nella caratteristica della velocità una loro definizione interna. Come ogni pratica, l’intelligenza artificiale è un’operazione concreta — gestuale, tecnica, linguistica — che istituisce contemporaneamente l’oggetto di cui parla e il soggetto che la compie. Leggi il resto di questa voce →
















Fu tutta colpa di Ljubisa Beara, un colonnello serbo-bosniaco. A scuola era un bravo ragazzo, diligente, educato, attento, un ragazzo generoso. Da militare si era distinto nella guerra in Kosovo, era salito di grado ed era responsabile dei Servizi di sicurezza. Ma Storia e Politica sono un matrimonio in cui coabitano il successo e l’orrore, e fu questo a incontrare Beara.
Col tempo, alla nostra compagnia si aggregarono due altre ragazze: Adriana e Lisetta.
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