Il distillato artistico di Thomas Mann, ovvero Com’è un grande scrittore
maggio 3, 2026 in Approfondimenti, Recensioni da Mario Baldoli
Se credi di non volere e potere altro al mondo che scrivere, se ti senti così profondamente
in relazione con il mondo e con l’umanità che l’unica forma possibile di attività per te è sognare, sentire, interpretare, creare, l’unica forma possibile di azione è quella attraverso la parola, allora diventa scrittore. Altrimenti niente, altrimenti niente.
Parla Thomas Mann, Nell’officina dello scrittore, a cura di Lucio Coco, 2026, ed. Olschki. Un piccolo libro che ha il pregio di rendere banali e ridicole le molte scuole che oggi vantano di insegnare, a chiunque si iscriva, come diventare uno scrittore. Si fanno una flebo coi corsi di scrittura – ha aggiunto Patrizia Valduga; per quanto mi riguarda, sento in ogni libro l’odore del copia-incolla.
Per Mann: scrittore si è, non si diventa. E Coco ha la virtù di estrarre da interviste, persino da un questionario riempito in un hotel, risposte alle molte domande che furono fatte a Mann, frasi e giudizi tutti brevissimi, un distillato artistico.
Le righe che riporta sono brevi, ne vorremmo di più (in Le ceneri di Angela, Frank McCourt scrive: L’atto di Shakespeare che preferisco è il sesto), ma la sua parola non scivola via, chi sente l’istinto di scrivere non pensa di avere già capito, solo allora s’intende che quella brevità è un invito ad essere liberi.
Thomas Mann osserva che prima di mettersi all’opera, soffre di una certa inerzia, come se l’incontro con la scrittura gli procurasse ansia e allora cerca di ritardare questo appuntamento al quale del resto egli stesso sente di non poter mancare a pena di mettere in discussione tutto sé stesso e la propria identità.
Mann è metodico: la notte un buon sonno, il mattino scrive una pagina, al massimo una e mezzo, un foglio bianco, la penna scorrevole, la rilegge il giorno dopo.
Il contrario di Dostoevskij che (a sentire la moglie) preferiva lavorare di notte, quando i freni inibitori della ragione sono meno serrati e la penna può scorrere più velocemente sulla pagina lungo territori non ben delimitati tra la veglia e il sogno. Quante pagine di Dostoevskij sono figlie di queste notti?

Thomas Mann al lavoro
All’ora di pranzo Mann scende le scale e approda in sala. Scrive che il pranzo non dovrebbe essere eccellente, ma ammette di essere goloso. Rifiuta il caffè, un nero veleno; niente alcol, è sicuro che chi ha scritto capolavori con alcool o droghe li avrebbe scritti anche senza. Fuma abbondantemente. E il resto del giorno? Si vive soli e non si parla molto, si è piuttosto taciturni. Tuttavia è in questo vuoto di fatti e di azioni che prende forma l’opera. Proprio in tali lunghi momenti avvengono l’approfondimento, la cristallizzazione, l’integrazione dall’esterno.
Eppure questo basta appena a nominare e indicare il mistero della creatività. Esso rimane racchiuso nel profondo, in un sottosuolo che può essere attinto dall’artista solo con il lavoro quotidiano, con l’impegno, lasciandosi guidare dalla luce della ragione. Non esistono scappatoie.
Alla sera niente feste, teatro, musica.
È necessario donarsi completamente ogni volta. Infine c’è la lotta per la completezza, così simile – scrive Mann – all’angoscia per la morte. Finito il lavoro, non ama rileggere quanto ha scritto, ne è completamente esaurito.
Mentre approfondisce la storia avverte quanto sia più facile il dialogo, un vero piacere per la sua immediatezza, rispetto alla descrizione che rallenta la scrittura. Ciò che è più difficile è l’astratto, e chi legge Mann comprende come trasformi la realtà in un’esperienza universale. Interpreto i suoi libri come potenti allegorie, forse per questo preferisco La montagna incantata a I Buddenbrook e La morte a Venezia a Tonio Kroger.

Wislawa Szymborska
La poeta Wisława Szymborska (premio Nobel 1996) così si ritrae nella sua attività di scrittura: con i poeti è peggio. Il loro lavoro è disperatamente non fotogenico. Il poeta siede al tavolo oppure è sdraiato sul divano a fissare immobile il muro o il soffitto. Ogni tanto questa persona scrive sette righe solo per cancellarne una quindici minuti dopo, e poi passa un’altra ora, durante la quale nulla accade… Chi potrebbe sopportare di guardare una cosa simile?
Mann si dipinge in un questionario dal titolo “Conosci te stesso”:
Le tue caratteristiche preferite in un uomo? Lo spirito, la spiritualità.
Le tue caratteristiche preferite in una donna? La bellezza e la virtù.
La tua attività preferita? Poetare senza scrivere.
La tua idea di felicità? Essere indipendente e vivere in armonia con me stesso.
Quale vocazione ti sembra la migliore? Quella artistica.
Chi vorresti essere se non fossi tu? Domanda oziosa.
Interrogato sul successo de I Buddenbrook, Mann applica al destino di quel libro ciò che Goethe dice del Werther in Poesia e verità: Il genio lo aveva spinto nella sua prospera giovinezza a registrare il passato prossimo, a descriverlo e a osare di presentarlo pubblicamente al momento opportuno.
Il “successo” è dovuto al momento opportuno. E per ciò che concerne il destino della Montagna incantata, esso non è legato a quello dei Buddenbrook. È indubbio che, dopo I Buddenbrook, al pubblico sarebbe piaciuto che avessi continuato a scrivere su temi simili.
Ho fatto il contrario, provando sempre qualcosa di nuovo. Ma il romanzo del cinquantenne era destinato a diventare la controparte letteraria di quello del venticinquenne, proprio come La morte a Venezia è la controparte di Tonio Kröger: La Montagna incantata e ancora i Buddenbrook sono in un’altra fase della vita.
Insomma, il “successo” è un accidens di cui non si dovrebbe discutere poiché non dimostra nulla, né “pro” né “contro”, come l’essere uno studente modello: non c’è bisogno di fare il confronto.
Mann cita e concorda con l’elegante sintesi della vita di Platen: Migliaia e migliaia di doni distribuisce agli uomini il destino, mentre a me non ha dato altro che il dono della parola; ma con quel solo talento ho saputo guadagnarmi da vivere e mi sono procurato amici, piacere, libertà, un nome e qualche bene.
di Mario Baldoli





