L’impossibile incontro

maggio 10, 2026 in Racconti e poesie da Salvatore Attanasio

Rocca di Soncino

Rocca di Soncino

E’ autunno. Le foglie sono già cadute, da tanto ormai, non più come una volta che ogni cosa avveniva a tempo debito. Le stagioni non si distinguono più l’una dall’altra. L’aria è fredda, forse complice un leggero vento che si incunea tra le viuzze, giù dal castello, e tutto ciò rende la giornata quasi invernale.

Non me ne curo. Alla mia età, un po’ di freddo… ho visto ben altro. E poi, sto già varcando la soglia del Palazzo. Lo chiamo semplicemente così, il Palazzo. Non è la prima volta che lo visito. D’altronde fotografare le vecchie sale dei vecchi palazzi è quanto di più bello possa regalarmi.

Mi affascinano queste sale, oggi polverose e buie, che un tempo hanno ospitato personaggi ed eventi passati alla storia. Oggi invece sono solo testimoni di un passato che non tornerà mai più. Dicevo che non è la prima volta che torno al Palazzo; fotografare vuol dire, come afferma qualcuno, “dipingere con la luce” e la luce del mattino è diversa da quella del meriggio o del tramonto, così ogni volta che visito un castello o un palazzo per fotografare sale, saloni, scale o sotterranei, segrete e prigioni, ritorno sempre per farlo con una luce diversa.

E’ mattino, ho lasciato alle mie spalle il portone, enorme, con i suoi batacchi, i chiavistelli e le spranghe di ferro a bloccare i battenti, ma man mano che percorro il lungo corridoio la luce stenta ad illuminare i miei passi. Giungo in fondo e mi trovo nuovamente di fronte un portone; batto il grosso batacchio per avvisare il custode del mio arrivo. Mi apre una gentile signora, minuta, con un grosso mazzo di enormi chiavi in mano. La seguo e mi ritrovo in un vasto parco, immenso; ho con me la mia fedele Fuji e scatto qua e là; mi giro… non vedo più Marina, la custode che mi ha accolto e che fino ad un attimo prima era con me. Ripongo la mia fedele Fuji nella borsa e mi metto alla sua ricerca. Non so dove dirigermi, vedo alla mia destra, sotto il portico del fabbricato, un portoncino, angusto, provo a spingere, cede facilmente… entro. E’ buio, l’ambiente non è ampio, scorgo appena altre porte, una colonna, la scala che conduce ai piani superiori. Da una porta a vetri filtra una sottile lama di luce. Decido di varcare quella soglia e intanto chiamo a gran voce la signora… non ho risposta. Non so cosa fare, dove andare. Ma improvvisamente avverto un movimento, come una folata di vento; ma la porta e le finestre sono chiuse. Non odo nulla. Ma vedo, e non è più una sensazione. Vedo venirmi incontro, scendendo dalle scale, una figura evanescente, elegante, con un cordiale sorriso sulle labbra.

Castello di Gorzone

Castello di Gorzone

Buongiorno Salvatore, ti stavo aspettando” è il suo approccio. Non ho paura, no, ma ancora non connetto.

“… buongiorno. Chi sei?”

Sarebbe lungo da spiegarti e se non comincio dall’inizio…”.

Sono sempre confuso, ma sento me stesso dire:

“… sei uno dei proprietari del Palazzo? Ci siamo già conosciuti? Scusa ma non sono molto fisionomista.”

Salvatore Salvatore… mi hai appena immortalato con la tua apparecchiatura e mi hai anche messo in mostra, nella mia casa di campagna, a Calvisano, nella bassa…”

Allora tu sei… no, non puoi essere… piuttosto, dimmi, cosa ci fai qui?”

Te l’ho detto, ti aspettavo. Ved,i mi sono chiesto più volte come ti sia mai venuta in mente l’idea di fotografare antichi castelli, ville e palazzi… di andare a cercare storie e leggende per poi farci “rivivere” nelle tue narrazioni. E adesso che sei qui, mi aspetto di sentire da te come è iniziata la tua ricerca.”

Che posso mai dirti, tutto è cominciato tanto tempo fa… No, non nel medioevo, nel 2019… pensa, siamo nel 2026… Tu in che epoca hai vissuto? Scusa, stavo divagando. Per farla breve durante una visita al castello di Padernello, sai dove si trova, vero? … dicevo, a Padernello vengo a conoscere la leggenda di Bianca Maria Martinengo che noi nel ventunesimo secolo abbiamo soprannominato “la dama bianca” e da lì mi è sorta l’idea di ambientare le vicende dei personaggi delle leggende là dove erano effettivamente vissuti. Così ho trovato Bianca Maria a Padernello, con le sue amiche d’infanzia; a Gorzone ho invece appreso la triste storia del Federici, questo grazie all’aiuto dell’amico Gian Mario Andrico, che ha assunto dai nonni del paese antiche voci tramandate di generazione in generazione. Ma castelli e palazzi ne ho visitati molti altri. Tu piuttosto, dimmi qualcosa di te.”

Salvatore Salvatore… sei curioso! Ma se permetti, qui le domande le faccio io. Tu ci credi a tutte queste leggende che si raccontano? Sei sicuro che non siano frottole, frutto di fantasie, in cui ciascuno ci mette del suo? E dopo Gorzone cosa hai trovato? Racconta!”

Ti dirò, questa domanda ogni tanto me la fanno. Leggenda! Cos’è poi mai una leggenda?

Io ho trovato una definizione e te la voglio dire.

Palazzo Martinengo a Padernello

Palazzo Martinengo a Padernello

Una leggenda non ha la pretesa o l’arroganza di inventare la storia, la leggenda attinge dalla storia i fatti e trasforma accadimenti reali in “storie” riportate e tramandate oralmente nel tempo, dando luogo a narrazioni fantastiche, epiche, dolci o struggenti, a volte tragiche. Una leggenda altro non è che una favola per adulti.

Cosa dici, sei d’accordo? Per tornare a noi, dopo Gorzone ho narrato la storia di una Rocca, la rocca di Soncino. Una storia meravigliosa! Me l’ha sussurrata la mia amica Anna Martinenghi, storica soncinese ed è forse una delle leggende più belle che abbia mai ascoltato. Poche leghe separano Soncino da Pandino ed è qui che la leggenda ha radici storiche recenti. Niente dame e cavalieri, ma un genius loci di inizio novecento, che ovviamente come tutti i geni non fu mai considerato al suo tempo. E poi… poi ho conosciuto la storia degli Otisi, a Lonato, dove ho accettato la sfida di ambientarli nelle stanze della Casa del Podestà… non è stato semplice. Per fortuna invece a Bornato Franciacorta, nel salone Medioevale di Villa Orlando, la leggenda di Bianca (Bianca, ancora una volta!) e Adalberto ha trovato modo di far luccicare gli occhi ai visitatori. A proposito di Bornato, la signora Luisa Orlando in persona ha narrato la storia di Bianca e Adalberto a Massimo Lanzini, fine narratore, che ne ha steso il testo. Ma, non ti stai annoiando?”

No tranquillo, caro il mio fotografo, è così che si chiama chi usa il tuo attrezzo, vero?”

Sì, fotografo, proprio così. Allora andiamo avanti. Dopo la struggente storia di Bornato mi sono ritrovato nelle stanze di Palazzo Martinengo, in città, a Brescia. E’ stata un’altra sfida. Un palazzo bellissimo, pieno di storia, ma privo di una leggenda. Mi ha aiutato la mia curiosità. Un giorno camminando nelle vecchie vie del centro, davanti ad un portone semichiuso non ho resistito. Sono entrato e, meraviglia dinnanzi ai miei occhi… splendidi affreschi ancora ben conservati, ma… nascosti da mille attrezzi di falegnameria. Le altre sale erano un inno alla bellezza e allo stesso tempo, allo squallore. Tutti i locali recavano segni dei fasti di un lontano passato e tracce dell’uso più recente loro destinato. Laboratori artigiani, abitazione di povera gente, depositi di materiali. Ed io ho fatto rivivere in quelle stanze quei personaggi, dal libraio al fotografo, dal pittore al liutaio, alla poetessa, al conte, alla scuola di danza… Poi è stata la volta di Palazzo Lechi di Calvisano, dove forse ci siamo conosciuti. Sei tu che mi hai accolto, vero? In quell’occasione ero insieme all’amico Pietro Treccani, storico colto a dismisura. Mi sono divertito, sai, a vagare in tutte quelle sale… Era autunno, come oggi! Ma sono già passati tre anni! Il tempo vola. Mi ascolti, vero? … Ma dove sei?”

Ancora una volta un alito di vento, a porte chiuse. E lui, il mio anfitrione, svanito nel nulla.

Strano, lasciarmi senza un saluto… era una persona… sarà giusto chiamarla “persona?”, molto ospitale, affabile, educata… Non gli avevo ancora ricordato della mia visita a Pagazzano, nella bergamasca, nè di Margherita, la castellana triste che ancora oggi si aggira tra i visitatori… peccato! Ma ora devo trovare l’uscita, chissà dove sarà. Forse avrei dovuto fare come Teseo… Fuori, finalmente trovo il portoncino, è quasi buio. Ho passato tutto il giorno con… ma poi, chi era il mio ospite?

di Salvatore Attanasio

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