Il secolo dei genocidi (2)

gennaio 17, 2026 in Approfondimenti, Recensioni da Mario Baldoli

DIKIC-Metodo-Srebrenica copertinaFu tutta colpa di Ljubisa Beara, un colonnello serbo-bosniaco. A scuola era un bravo ragazzo, diligente, educato, attento, un ragazzo generoso. Da militare si era distinto nella guerra in Kosovo, era salito di grado ed era responsabile dei Servizi di sicurezza. Ma Storia e Politica sono un matrimonio in cui coabitano il successo e l’orrore, e fu questo a incontrare Beara. 

Come sempre, ogni Stato che attua un genocidio tende a ridurne l’ampiezza, la ferocia, il numero delle vittime, se possibile a negarlo del tutto o ad attribuirlo a una o poche persone insignificanti. Infatti a tutt’oggi il governo della Repubblica di Serbia nega che a Srebrenica sia stato perpetuato un genocidio. Trent’anni dopo, siamo ancora fermi ai nomi dei responsabili: dalle fosse comuni e dai corpi dissotterrati emergono frammenti, una Storia lontana dall’essere immaginata e definita.

Ivika Dikic

Ivika Dikic

La guerra che smembrò la Jugoslavia negli anni cruciali 1991-95 vide vari massacri miranti alla “pulizia etnica”. Quel periodo è raccontato da tanti siti internet per cui è inutile scriverne qui. 

Finché d’improvviso affiora un dettaglio che apre un’ampia finestra sull’orrore.

La novità sta nel libro del giornalista Ivica Dikic, Metodo Srebrenica. 1995, il genocidio nel cuore dell’Europa, Bottega errante edizioni, trad. di Sivio Ferrari e Marijana Puljic, postfazione di Teofil Pancic. Pubblicato nel 2020, esce ora aggiornato. Consultati migliaia di documenti, Dikic fu colpito soprattutto dal colonnello Beara e l’ha messo al centro della sua opera. 

Un ricordo: quella jugoslava fu una guerra civile, la più dolorosa perché lacerò amicizie e vicinanze, provocò eccidi tra Croati e Serbi nella regione più debole, la Bosnia Erzegovina: distruzioni a Sarajevo e Mostar, le sue capitali, tentativi di pace mal sostenuti dall’Onu, bombardamenti Nato, cui partecipò anche l’Italia, su Belgrado, la capitale serba.

A nord-est di Sarajevo uno sperone di Bosnia si allunga nella Serbia e proprio lì, in Bosnia, a Srebrenica e dintorni si consumò il genocidio: 8.632 ragazzi e uomini bosgnacchi furono uccisi dai serbi in 4-5 giorni, i corpi coperti di terra o gettati in foibe perché l’eccidio non fosse immediatamente scoperto. Gravemente responsabile fu la base Onu dove i soldati olandesi, che avevano disarmato i bosgnacchi, si rifiutarono poi di accoglierli e salvarli.

I bosgnacchi sono slavi stanziati soprattutto in Bosnia, convertitesi all’islam a partire dal XIV secolo e sono uno dei tre popoli costituenti la regione.

La strage fu perpetrata da unità dell’esercito serbo di Bosnia Erzegovina, in sostanza un’emanazione del governo serbo, che però usava il nome di Bosnia in segno di unità territoriale.

Ogni strage ha la sua complessità: come raccogliere le future vittime, dove e con che mezzi portarle, come e da chi farle uccidere, dove seppellirle in modo da nasconderne i corpi. Di tutto fu incaricato, e lasciato solo, il colonnello Beara. Decine di persone sapevano cosa stava accadendo: governanti, amministratori locali, autisti, carcerieri, giustizieri, coloro che scavarono le fosse comuni. 

Dato che lo scopo era di distruggere un’intera popolazione, l’eccidio di Srebrenica fu considerato genocidio, secondo le regole che i governi si erano dati e che si possono leggere nel precedente articolo di G9 Il secolo dei Genocidi (1).  

La Corte penale dell’Aja condannò all’ergastolo Beara, il generale Ratko Mladic, comandante militare dei serbo-bosniaci, e Radovan Karadzic presidente di quella Repubblica. Nel 1995 al cosiddetto occidente interessava la frammentazione della Jugoslavia e l’isolamento della Serbia (filorussa). 

Dobbiamo a Ivica Dikic l’emergere di questo eccidio in tutta la sua ampiezza. Dikic scavò nell’’uomo Beara, l’unico sul posto a realizzare il genocidio, diede voce ai suoi dubbi e incertezze, alla sofferta decisione di obbedire ai suoi superiori che volevano il massacro dei bosgnacchi (detti con disprezzo: i turchi).

Nel libro percorriamo in dettaglio i boschi, i sentieri, la cattura, la ricerca degli autobus per portare quegli uomini alla morte, i tentativi di fuga di gruppi bosgnacchi verso nord dove un comandante serbo (non autorizzato) li lasciò passare. 

Beara non nutriva nessuna idea di vendetta verso le vittime, sapeva di essere uno strumento che agiva per conto di altri e alcune sue telefonate e varie    testimonianze lo dimostrano. 

Srebrenica

Srebrenica

È vero che qualche militare si ritirò dalla guerra pur di non uccidere i connazionali, mentre Beara preferì obbedire: trasformò sé stesso da uomo a funzione e portò a termine il massacro con impegno meticoloso. Ovvio ricordare Hannah Arendt, come la potenza del male rende assassino una persona comune. 

Nel suo lavoro Dikic fa riferimento allo scrittore che per primo usò la letteratura come un lungo fotogramma in cui i sentimenti si accavallano: si ispirò a Javier Cercas nel libro Anatomia di un istante: in questo caso era un giorno drammatico del dopo-Franco in Spagna. E Cercas introduce Dikic: questo libro non rinuncia del tutto a capire attraverso la realtà ciò che ha rinunciato a capire tramite la finzione letteraria.

Io penso anche a Sostiene Pereira di Tabucchi.

Spinta dalla prima edizione del libro (2020), il 23 maggio 2024, le Nazioni Unite hanno proclamato l’11 luglio “Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica”.

Questo fu l’ultimo genocidio del XX secolo, non è un invito ad imitarlo.

di Mario Baldoli

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