Il giardino incantato e i giochi dell’infanzia – 1945-1952 (2)

dicembre 19, 2025 in Racconti e poesie da Angelo Zorzi

04-cucireCol tempo, alla nostra compagnia si aggregarono due altre ragazze: Adriana e Lisetta.

Adriana abitava in una “dependance” della villa e aveva qualche anno in più di Antonia; Lisetta era stata all’asilo con noi. Il padre di Adriana commerciava in tessuti e lei spesso portava a casa scampoli e pezze dai colori variegati; i genitori di Lisetta, invece, gestivano il bar “Centrale”, in piazza.

Si sa che le bambine amano giocare con le bambole, vestendole e cambiando loro continuamente d’abito.

Così, anche queste tre “civette”, amavano fare giochi in tema, tra i quali uno che a me non piaceva per niente: quello delle “sarte” e dei “sarti”, che per me e Bruno era una vera tortura. Spesso riuscivamo a squagliarcela, ma talvolta venivamo costretti a manovrare ago e filo, dietro minaccia, da parte di Antonia, di essere cacciati dal giardino. Ma, alla prova dei fatti, il nostro rendimento era talmente scarso che fummo “licenziati” e la nostra sottomissione finì: tornammo così ai nostri giochi “maschili”.

Il miglior passatempo, quello più rischioso, era quello di arrampicarci, tutti, sul grande Taxus bacatus, albero di grosso fusto dai piccoli frutti dolciastri, che noi gustavamo avidamente. Tra i suoi rami, come scimmie, ci raccontavamo storielle, lazzi e frizzi e modeste punzecchiature frutto di momentanee incomprensioni ed antipatie.

Si facevano anche gare con piccole automobili di latta: sul selciato coperto, antistante l’ingresso della villa, avevamo tracciato con il gesso una lunga pista, sulla quale, tra rettilinei e curve ardite, facevamo scorrere, con spinte a mano più o meno vigorose, piccole automobili di latta, imitando la famosa “Mille Miglia”.

La gara, quella vera, passava sulla strada statale che attraversava il paese e noi ragazzi restavamo affascinati dai bolidi che sfrecciavano con roboanti risonanze e acri odori di oli bruciati e carburanti.

Purtroppo i nostri modellini, pur se belli, variopinti, recanti numeri di gara lungo le fiancate e sul cofano, erano di lamiera leggerissima e non sempre le nostre energiche spinte riuscivano a mantenerle entro i bordi della pista: per dar loro una maggiore stabilità, pensammo allora di zavorrarle con “stucco” per vetri. Così il negozio di ferramenta del paese si vide dimezzate le scorte di quel maleodorante, rosso impasto. Grazie a questo espediente le gare divennero entusiasmanti!Macchinine

Anche i due fratelli di Brunetto, Franco ed Ezio, già studenti liceali, partecipavano a queste gare, che per l’occasione accettavano di mescolarsi a noi piccoli, da loro definiti “piccionaia”.

I nomi dei gareggianti erano presi a prestito dai veri piloti: Nuvolari, Biondetti, Fangio, De Portago.

Prima dell’inizio delle nostre gare, venivano battuti all’asta i premi, il cui valore era rappresentato da caramelle, figurine o giornaletti di Tom Mix, Diabolic, Tex Willer.

Al traguardo una bandierina a scacchi salutava il vincitore e non mancava la corona d’alloro, rappresentata da un ramo strappato al rigoglioso cespuglio che giganteggiava al limite del prato del giardino. A volte si riusciva a mettere in palio anche qualche premio più serio e appetitoso, per esempio una grossa fetta di torta della cuoca Rosa.

Le nostre grida di gioia e disappunto giungevano fino alla camera di nonna Regina, che non esitava a lanciare i suoi strali, urlando dalla finestra della sua camera.

Poi arrivarono le auto americane e le gare non furono più alla pari! Uno zio di Mino, che per lavoro andava spesso negli Stati Uniti, gli aveva portato fantastici modelli in pressofusione di Bentley, Studebaker, Crysler, Chevrolet, marche a noi sconosciute. Erano verniciate a fuoco con colori sgargianti ed avevano i cerchioni gommati; massicce a tal punto che non avevano bisogno di essere zavorrate con lo stucco!

Le nostre auto di latta non potevano competere con una simile perfezione, e dei nuovi modelli non ce n’era per tutti: così noi bambini fummo esclusi dal gioco.

Ma arrivò l’estate in cui, con il fratello di Antonia, Mino, costruimmo un terrario, che popolammo con piccoli rettili. Con l’aiuto di mio padre, falegname, fu costruita una grossa scatola di legno con un coperchio chiuso da una fitta rete, attraverso la quale potevamo controllare la vita dei nostri ospiti, lucertole e ramarri in cattività.

06-ramarroOgni giorno dovevamo approvvigionare con piccole prede vive gli abitatori del nostro particolare recinto e quindi per noi era caccia aperta a tutti i piccoli insetti.

Era avvincente osservare l’agguato dei ramarri alle mosche e le lotte dei maschi nella stagione degli amori, quando la loro livrea si tingeva di un verde smagliante, con un anello purpureo intorno al collo.

Dopo gli accoppiamenti, le femmine deponevano tre, quattro piccole uova dal guscio bianco e noi controllavamo poi i piccoli nati ed il loro inserimento nella vita collettiva: ci sentivamo in pieno seguaci del noto naturalista Jean- Henri Fabre.

Ma all’inizio dell’autunno, con nostro grande rammarico, liberammo nel prato putti gli animali, che velocemente presero il largo da noi carcerieri, alla ricerca di un rifugio sicuro ove trascorrere l’inverno.

Esausti di giochi all’aperto, alcune volte ci riunivamo con Lisetta, Adriana e Brunetto nel fresco tinello di casa Ranzanici, dove la brava cuoca Rosa ci preparava una ricca merenda.

Ricordo, e ancora mi commuovo, quando Antonia, dandosi grandi arie, poneva con attenzione sul grammofono il disco della romanza da “La traviata”: “di Povenza il mare e il suol” e ci faceva ascoltare quella melodia imitando i gesti di un consumato direttore d’orchestra.

Fu il primo brano di musica operistica che io ascoltai e quando mio padre mi sentì canticchiarlo a casa, siccome era molto appassionato di questo genere musicale, si stupì assai.

Mino e Antonia avevano una zia che chiamavano Nenè, vezzeggiativo di non so quale vero nome.

Era professoressa di lettere e si dedicava totalmente ai nipoti. Aveva buona tolleranza con noi ragazzi e spesso ci raccontava storie davvero belle, come quelle mitologiche dell’antica Grecia e di Roma.

Un giorno le venne l’idea di farci rappresentare una commedia per un pubblico di amici che venivano ricevuti ogni tanto a casa, dopo qualche battuta di caccia: in quelle occasioni quaglie, beccacce e qualche lepre si ammucchiavano sul tavolaccio della cucina, mentre lo spiedo veniva predisposto.

Ebbene, la commedia in programma era nientemeno che “Cappuccetto rosso”, soggetto ben lontano dalle mitiche leggende antiche, e noi ragazzi inizialmente ci rifiutammo di essere coinvolti come attori in questa rappresentazione che giudicavamo infantile. Ma zia Nenè non volle sentire ragioni e, dopo una settimana di assidue prove, un sabato sera tutto fu pronto per lo spettacolo.

Ad Antonia era stata assegnata la parte di Cappuccetto rosso, suo fratello Mino era il lupo cattivo, Lisetta la nonna ammalata, io e Brunetto impersonavamo i cacciatori: perciò imbracciavamo dei fucilini con tappi di sughero legati con lo spago! Proprio roba da fanciulli!teatro

Cerchiamo di immaginarci, data l’età dei protagonisti, quale fu lo svolgimento del “dramma” e il suo epilogo. Fintanto che Antonia, alias Cappuccetto Rosso, passeggiava per il bosco fingendo di cogliere delicatamente fragoline e mirtilli, nulla da eccepire, salvo qualche risatina dalla platea che, per semplificare l’allestimento, dovette rimanere in piedi davanti al palco. Ma quando sulla scena apparve il lupo cattivo, che poi tanto cattivo non sembrava, qualcuno sghignazzò: era un lupo veramente “sui generis”! Per l’occorrenza era stato usato uno scendiletto di pelo nero, che fu avvolto intorno al corpo del povero Mino; in testa gli avevamo calzato un passamontagna al quale l’abile sarta di zia Nenè aveva cucito un paio di orecchie di stoffa. Il viso era stato annerito col nerofumo e le labbra, che avrebbero dovuto mettere in mostra denti aguzzi, erano state imbellettate di rosso. Mino ci metteva tutto l’impegno per apparire un lupo cattivo, ma decisamente non era convincente!

Antonia peggiorò la situazione, investendo la nonna-lupo di una raffica di domande:

Che occhi grandi…che orecchie larghe…che bocca lunga…che denti bianchi hai!?”

Finalmente il lupo la “mangiò”, afferrandola e facendola scivolare sotto il letto.

Fu calato il sipario per riallestire la scena in vista dell’arrivo dei cacciatori.

Io e Brunetto, emozionatissimi, cominciammo a sparare prima ancora di giungere davanti al lupo!

Finalmente quello straziante allestimento ebbe fine, tra scroscianti applausi: una “standing ovation”, anche perché gli spettatori erano già in piedi!

Gli anni passarono e, ormai ragazzi, ci trovammo ancora a giocare, ma a canasta o a monopoli.

Crescendo si cambiano gusti e anche amicizie: Antonia diradò le sue venute a Castenedolo e così finii per lasciare quella casa e quel giardino.

Ma, prima di farlo, ne combinai una grossa.

Un mattino, aspettavo Antonia mentre Rosa sfaccendava in cucina; intanto, annoiato, osservavo Sansone, il pesce rosso, che nuotava nel suo vaso appoggiato su un mobile. Preso da un raptus, afferrai una bomboletta di insetticida che stava lì accanto e ne spruzzai un gran getto nel vaso.

Muoia Sansone e tutti i Filistei!”: non ricordo da dove venisse quell’esclamazione, ma tanto mi piacque pronunciarla con rabbia, che mi parve appagare la frustrazione per quell’attesa infinita.

Abbandonai quel giardino incantato.

Era giunta l’età dell’adolescenza, della frequentazione della scuola superiore, l’età dei giochi più “importanti”.

La mia vita è continuata senza più avere contatti né con Antonia né con suo fratello. Ma un giorno, parecchi anni dopo, incontrai casualmente Mino: con Antonia ora abitava in centro città.

Vieni a trovarci una sera e parleremo dei bei tempi andati!”, mi disse.

Così andai a trovarli una sera con mia moglie Livia. Mino era stato sposato, ma, separato, abitava ora con Antonia, rimasta nubile.

Dopo cena, i racconti e i ricordi non finivano più e anche mia moglie provò simpatia per quei miei vecchi compagni di giochi.

Purtroppo qualche mese dopo Antonia si ammalò gravemente e in poco tempo venne a mancare.

L’avevo intravista, poco prima, guardando dal mio terrazzo verso il “giardino incantato”: camminava lentamente e, a tratti, si soffermava a guardare i cespugli di rose.

Avrei voluto chiamarla: “Tota, Tota, Antoniaaa”, come facevo un tempo, ormai perduto.

di Angelo Zorzi – disegni di Graziano Magro

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