Bartleby, unchained

marzo 26, 2013 in Approfondimenti da admin

Le ultime notizie pervenuteci su Bartleby, lo scrivano, lo danno morto solitario in carcere nel 1853. Da allora non si fa che parlare di lui e molti hanno voluto cercare di capire le sue ragioni. Da qualche anno però, lo spettro di Bartleby si aggira per Bologna. In effetti chiamarlo spettro non è propriamente corretto, perché più volte si è manifestato materialmente nelle strade e nelle aule universitarie; addirittura per parecchi mesi ha avuto anche un domicilio. Allora qualcuno ha cominciato a dire che Bartleby è ancora vivo, perché è vivo chi ha ancora qualcosa da dire. Forse il punto non è cosa il Bartleby di Melville volesse dire all’epoca (rifiutando il lavoro fino alla morte, pur di fronte alla resa del suo capo), ma che cosa possiamo fargli dire oggi.

E’ possibile definirlo un personaggio dell’esodo: non si scontra, non confligge con il Faraone (oggi diremmo il barone) ma sceglie di andarsene, perché non ha niente da chiedere e perché non ha alcun interesse a riconoscere il suo discorso e a minarne l’autorità; sarebbe l’autorità su un discorso altrui, al quale non appartiene più. Fare un paragone contemporaneo con l’episodio dell’esodo, però, non garantisce l’assenza di una violenza subìta, perché il Faraone, come è noto, fa inseguire il popolo ebraico dall’esercito. In più, il viaggio non ha come meta la terra promessa, un luogo salvifico esterno nel quale poter avere un nuovo principio. La meta di un paragone del genere è più simile alla riserva indiana, ossia un luogo di riparo imposto dal nemico esterno: la riserva indiana è confinata e accerchiata. In un luogo di questo tipo, in cui è più facile entrare che uscirne, è più probabile che sia il discorso del Faraone (del potere) a condizionare di nuovo la vita di chi lo abita (non a caso gli indiani aprono i Casinò), perché un confine ben definito può essere riconosciuto come l’antagonismo necessario all’esistenza dell’autorità del Faraone stesso. Sarebbe dunque il linguaggio del potere a contaminare lo scrivano, mentre sappiamo bene che non è così. Nell’esodo contemporaneo infatti non c’è un altro posto dove andare, non c’è un “fuori” salvifico, che sia la Terra Promessa o la riserva indiana. Come Django, nero e senza catene, Bartleby decide di restare, pronto a parlare con la propria voce. I pensieri di Django non sono nemmeno sfiorati da un salvifico ritorno in Africa, perché la moglie che vorrebbe liberare è nello stesso mondo schiavista in cui si trova lui, e dunque è lì che deve giocare la propria partita.

bartleby capodilucca

C’è una canzone dei Rancid, un gruppo punk famoso negli anni 90, che dice:
Some men are in prison even though they walk the streets at night
Other men who got the lockdown are free as a bird in flight
How about the hour in the system that ended
In a one-way line our measures could not stand in.”

I primi due versi dipingono un personaggio contraddittorio ed esistenzialista, come Bartleby o Django: due solitari che “preferiscono di no”. Ma la morte di Bartleby e la liberazione (come singoli) di Django e sua moglie, non hanno la funzione di atti di rivolta individuali, bensì di atti narrativi che possono diventare di uso collettivo se riempiti di senso. Con Deleuze, Bartleby (così anche Django), con il suo solo “preferirei di no”, costringe chi lo circonda, come l’avvocato di Wall Street, a rimodulare il proprio linguaggio (il proprio discorso) in base al suo. Ma il “preferirei di no” sfugge continuamente alla cattura del discorso del potere, e infatti l’avvocato avverte uno spaesamento, quasi che il suobartleby faccione vocabolario non sia in grado di comprendere, di spiegare, di misurare la portata delle parole dello scrivano. Ed ecco che gli altri due versi ci dicono: che cosa ne facciamo dell’unità di misura (l’ora) di un sistema che non sta in piedi? In una linea unidirezionale siamo semplicemente “immisurabili”. Non è questione di trovare un’altra misura: è proprio il concetto di misura a non potersi sovrapporre al rifiuto di Bartleby, lo scrivano. Per tornare sulla terra, un esempio è il sistema dei crediti universitari, cioè il tentativo di misurare la produzione del sapere. Ma è possibile misurare qualcosa la cui produzione è comune e in continuo divenire? Questo è un esempio dell’impossibilità di ricondurre Bartleby, il moderno Bartleby, all’interno del discorso egemone: il “preferirei di no” sfugge continuamente alla cattura. Ogni tanto accade che chi circonda questo “demente” (come l’ha definito un giornalista un po’ superficiale) si rifiuti aprioristicamente di provare a comprenderlo, e allora regolari arrivano gli sgomberi, le manganellate, i sigilli. I mattoni che le forze dell’ordine hanno utilizzato per murare l’ingresso dell’ultimo domicilio di Bartleby (uno spazio autogestito in cui si sono tenuti seminari, incontri, assemblee, presentazioni di libri, colloqui con attori, performance di artisti, concerti), in via San Petronio Vecchio 30 a Bologna, sembrano proprio una surreale citazione della Wall Street (la via del muro) dello scrivano di Melville. Ma la prerogativa di Bartleby di essere sfuggente, contagioso, multiforme, aperto alla contaminazione non può essere chiusa in quattro mura, che siano lo studio di un avvocato a Wall Street o un centro sociale. Perché Bartleby è, come Django, unchained.

bartleby corteoBartleby, la città dei saperi, gli spazi del dissenso

bartleby muroTra Gennaio e Febbraio 2013 Bartleby, collettivo e spazio sociale bolognese, ha avuto la ribalta su tutti i media a partire dallo sgombero che ha subito attraverso l’uso della polizia da parte dell’Università di Bologna. Bartleby, il cui nome è dovuto al protagonista del romanzo di Melville che “preferisce di no” e del quale il collettivo vorrebbe riscrivere il finale, è nato all’interno della grande mobilitazione studentesca contro la Riforma Gelmini dell’università nel 2008 (“tra le pieghe dell’Onda”, si diceva allora).

Da quel momento ha prodotto corsi di autoformazione (cui la stessa Università riconosce valore e crediti), seminari tematici con docenti di altre università (anche estere), incontri con scrittori (da Erri de Luca a Carlo Lucarelli), attori, artisti e fumettisti, concerti, una biblioteca autogestita contenente il Fondo Roversi (appartenuto al poeta bolognese recentemente scomparso) oltre ad assemblee pubbliche, luogo di organizzazione di movimenti contro la crisi e l’austerity, la dequalificazione dell’università, la precarietà come condizione disagiata di vita.

Per realizzare tali progetti il collettivo occupò nella primavera del 2009 uno stabile dell’università inutilizzato da più di dieci anni, e dopo due sgomberi raggiunse un accordo con l’allora nuovo Rettore Ivano Dionigi per l’assegnazione di uno spazio, durata fino allo scorso Gennaio, nonostante la convenzione fosse scaduta nel Settembre 2011. Da quel momento, infatti, il dialogo con l’Università si è interrotto: il rettore ha dichiarato che non esistevano altri spazi disponibili e che nella sede attuale dovevano essere fatti non meglio precisati lavori. Ci ha pensato così il Comune, nella persona dell’Assessore alla Cultura Alberto Ronchi, a proporre un nuovo spazio al collettivo: un seminterrato in centro che Bartleby ha accettato nell’estate del 2012. Ma subito dopo, anche a causa di polemiche più ampie sulla cultura in città (con il ritorno del protagonismo sui giornali dei “comitati anti-degrado” di cofferatiana memoria), il PD bolognese costringe l’assessore alla marcia indietro e ricominciano così le minacce di sgombero da parte dell’Università.

Pochi giorni prima di Natale, sotto la pressione dei vertici dell’Ateneo (che a Bologna rappresenta la risorsa e l’indotto principale, se non l’istituzione più potente), il Comune, questa volta nella persona dell’Assessore ai Servizi Sociali Amelia Frascaroli, si rimette in contatto con Bartleby, invitando il collettivo a visionare una nuova proposta “prendere o lasciare” il 10 Gennaio, con tre giorni di tempo per lasciare i locali occupati dell’Università. Il nuovo spazio è un capannone industriale a più di 5 kilometri dal centro città e dall’Università, circondato da altri capannoni e campi, senza collegamenti idonei, oltre la Tangenziale, e difficilmente raggiungibile senza pericolo con mezzi propri, completamente inadatto alle attività che Bartleby ha svolto in 4 anni. Una proposta che sembra fatta apposta per ottenere un rifiuto e legittimare lo sgombero, che infatti avviene pochi giorni dopo, il 23 Gennaio.

Da quel giorno la città (e non solo) si spacca, di fronte alla grande solidarietà ottenuta da Bartleby: un corteo invade immediatamente il Rettorato senza trovare il rettore Dionigi, bartleby book blocviene caricato dalla polizia quando cerca di avvicinarsi alla sede appena sgomberata (il cui ingresso è stato immediatamente murato dalla polizia, con all’interno tutto il materiale del collettivo, comprese le riviste storiche del Fondo Roversi), infine occupa la Facoltà di Lettere e Filosofia per un’assemblea pubblica partecipata da centinaia di persone che rilancia la mobilitazione. Nel frattempo, sui giornali, SEL (per quanto riguarda la politica) e i Docenti Preoccupati (per quanto riguarda l’Università) prendono le difese di Bartleby, che il giorno successivo occupa un’aula della Facoltà di Lettere in via Zamboni 38. Sabato 26 Gennaio un corteo di mille persone (compresi SEL e i docenti, oltre agli studenti e a tutte quelle figure che hanno attraversato Bartleby) occupa l’ex convento di Santa Marta in pieno centro: un grande complesso inutilizzato da 7 anni, con un progetto finanziato dal Comune per la ristrutturazione che non è mai partito. Tre giorni dopo arriva un nuovo sgombero.

bartleby assembleaQuesta breve ma intensa storia ha sollevato (e riaperto) a Bologna vari temi: il rapporto centro/periferia; la questione della produzione culturale; i saperi critici all’interno dell’università in crisi; l’utilizzo (o il riuso) dei luoghi pubblici abbandonati; la pratica del conflitto come legittimazione. Su questi temi (alcuni dei quali, non a caso, affrontati anche a livello nazionale riferendosi a Bartleby) si è dibattuto per giorni sui giornali mainstream, spesso strumentalmente, vista la vicinanza delle elezioni.

  1. In primo luogo Bartleby è stato accusato di essere un collettivo di “fighetti” o di “birraioli” (cito) che non hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di riqualificare la desolata periferia bolognese; come se una sola realtà autorganizzata confinata in mezzo ai capannoni potesse cambiare la vivibilità di una zona industriale, senza un piano chiaro delle istituzioni, senza trasporti adeguati, slegando tra l’altro Bartleby dalla composizione sociale che gli ha permesso di esistere. Del resto Amelia Frascaroli ha spesso fatto riferimento alle grandi città europee, come se Bologna fosse Berlino, e non una città il cui centro è composto per un quarto dall’Università e la cui popolazione è composta per un sesto da studenti, molti dei quali fuori sede.
  2. A Bartleby, fino a qualche settimana fa, è stato sempre riconosciuto anche dalle istituzioni il valore della produzione culturale; un riconoscimento, però, volto a svuotare quelle iniziative del contenuto politico spesso conflittuale proprio verso le istituzioni cittadine e d’altro lato verso i vertici dell’università (è il caso del movimento contro la riforma Gelmini, i tagli alle borse di studio, l’aumento delle tasse, i tirocini non pagati ecc.). Nell’ultimo mese la guerra contro Bartleby è stata totale, e il Fondo Roversi può essere definito sui giornali cosa di poco conto, le iniziative paragonate a quelle di un’osteria, l’autofinanziamento letto solo come una pratica d’illegalità nella vendita di bevande. Ma la ricchezza della città di Bologna (o vorremmo dire il motivo per cui gli studenti ci vanno a vivere) non è affatto l’Università d’eccellenza (che la qualità stia solo nel bilancio è prerogativa del governo Monti), bensì tutto ciò che vi ruota attorno, le esperienze che permettono agli studenti di formarsi meglio e oltre l’accademia, un circuito culturale metropolitano cui spesso viene fatta la guerra perché indipendente o non corrispondente alle logiche dell’impresa: non a caso Bartleby è stato sgomberato ma anche altri spazi sociali, come Atlantide e XM24, sono continuamente sotto attacco. L’Università, dal canto suo, ha preferito spendere 50.000 euro di affitto l’anno per un capannone vuoto, senza sapere a quali progetti avrebbe potuto essere utile, solo per garantirsi il “rifiuto degli antagonisti” e legittimare uno sgombero.

  3. Anche all’interno dell’Università, l’organizzazione di corsi di autoformazione presuppone l’utilizzo di saperi critici in maniera conflittuale (oltre a mettere in discussione la verticalità delle lezioni accademiche), perché sono saperi di parte, perché guarda caso sono argomenti solo sfiorati nei corsi ufficiali che comunque risentono di un’impostazione rigida e di un’interpretazione che spesso lascia a desiderare: anche questo dà fastidio a chi ha la certezza di poter insegnare per anni le stesse cose.

  4. Nel bel mezzo della crisi, che non accenna a essere superata, gli spazi abbandonati di proprietà delle amministrazioni locali o addirittura del demanio sono un argomento che dà particolarmente fastidio a chi governa, tendenzialmente impegnato a tenere questo patrimonio pubblico inutilizzato in attesa di tempi migliori, o, se va peggio, a svendere tale patrimonio a speculatori edilizi per raccogliere le ultime briciole. Almeno nel primo caso (allo Stato come garante dei beni comuni ormai ci credono in pochi, vista la non applicazione di fatto del referendum sull’acqua), una giunta “di sinistra” dovrebbe quantomeno riaprire la questione del riuso e dell’autogestione di tali spazi da parte dei cittadini: e questo sarebbe il minimo, perché poi ci sarebbero quelle realtà già autorganizzate da anni sempre in attesa di una legittimazione che non è mai arrivata.

  5. La dicotomia legittimità/legalità ha riportato Bologna all’era Cofferati, che possiamo riassumere in: “qui siete solo ospiti, andatevene il prima possibile senza sporcare”. La svolta legalitaria del PD non ha aiutato il dialogo con i movimenti, che si sono sempre posti in maniera ambigua ma comunque disponibile: come abbiamo detto Bartleby, ad esempio, è nato da un’occupazione, ma è stata la stessa Università a proporre poi un’assegnazione regolare al collettivo, a dimostrare che il conflitto può essere fonte di legalità. D’altro canto la forma (legalità) non può nemmeno essere la chiave di lettura di qualsiasi esperienza partecipata e commentata positivamente da migliaia di persone (legittimità), poiché la “repressione” di quell’esperienza, che potremmo dire essere l’uso della forza da parte della forma sulla sostanza, non ne placa il bisogno, il desiderio, la necessità.

FOTO: Bartleby lo scrivano; La prima sede di Bartleby nel 2009 in via Capo Di Lucca (Antonio Delvecchio); Un incontro casuale con Bartleby (Antonio Delvecchio); Il corteo del 26 gennaio che terminò con l’occupazione dell’ex convento di Santa Marta (Michele Lapini); L’ingresso murato di Bartleby in via San Petronio Vecchio il 23 gennaio; Un’immagine dell’aula Roveri occupata nella Facoltà di Lettere (Diana Sprega); Assemblea per Bartleby nell’aula III della Facoltà di Lettere (Ludovica Guzzi)

http://bartleby.info

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