Evviva il fancazzismo – Nostra intervista al prof. Marrone, aspirante pigro

giugno 30, 2020 in Interviste da Mario Baldoli

prof. Gianfranco Marrone

prof. Gianfranco Marrone

Il prof. Gianfranco Marrone, ordinario di semiotica all’università di Palermo, saggista e giornalista non è propriamente pigro e ozioso, ma vorrebbe esserlo. Un esempio, tratto dal suo libro è che anche Dio al settimo giorno riposò per l’eternità, però informò Eva che avrebbe partorito con dolore e costrinse Adamo a guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Ora, certamente l’eternità non è il tempo umano e, a dispetto della Bibbia, oggi molti lavorano anche la domenica.

Arriva il lockdown, un soffio di libertà per gli amanti divisi e un assillo per la ferocia dello smartwork, ma anche un impigrimento lento e dolce, addirittura bisognoso di cura psichiatrica, a dar retta agli addetti.

Intorno alla pigrizia si sono affrontati nel tempo molti scrittori, perchè tutti abbiamo a che fare con lei.

Per esempio, Bertrand Russel: Bisogna insegnare agli uomini a non far nulla: “se ciò accadesse davvero, non sarei vissuto invano”, e siccome buona parte dei lavoratori producono merci non necessarie, “l’etica del lavoro è l’etica degli schiavi”. (Elogio dell’ozio).

Rousseau osserva che l’uomo selvaggio di un tempo, senza l’ansia del lavoro, respirava riposo e libertà, ed era molto più libero di quello moderno, e aggiunge un paradosso ironico: ”Tutti lavoriamo per arrivare al riposo: è ancora la pigrizia a renderci laboriosi” (Saggio sull’origine delle lingue). Secondo un antico filosofo giapponese Su Tung Po: “Poter stare in ozio vale quanto esser potenti”. Altri la pensano diversamente. Victor Hugo: “La pigrizia è madre. Ha un figlio, il furto, e una figlia, la fame” (I miserabili). Per i cristiani la pigrizia è un peccato capitale, prende il nome di ignavia e accidia. Per Dante i fancazzisti non meritano neanche d’entrare all’Inferno, e Virgilio gli dice “non ti curar di lor ma guarda e passa”. Però stanno meglio degli altri dannati.

A più di un secolo di distanza, ancora leggiamo un libro mediocre Oblomov di Goncarov e parliamo di oblomovismo, perchè? Ha scritto Giorgio Manganelli: “Oblomov non è interessato alla realtà, al mondo, alla vita, ma non è un egoista, è un’anima dolce, fragile sempre in bilico sull’orlo di un sogno che potrebbe sommergerlo definitivamente, non ha orgoglio, egli vive in una sorta di infinito dormiveglia, non odia la vita, la sua mitezza gli consente una sottile, affettuosa astensione da essa”. (Concupiscenza libraria).

Il suo divano è una tentazione, inutile negarlo. Soprattutto in tempi di così veloci cambiamenti, la pigrizia e l’ozio sono virtù da recuperare.

Mi è quindi piaciuto prima leggere e poi intervistare Gianfranco Marrone, autore di La fatica di essere pigri, Raffaello Cortina editore.

Il titolo è un ossimoro di cui il libro mostra la necessità, perchè essere pigri costa fatica ed è quasi impossibile, oggi come in passato,

 

Professore, lei è un superattivo, insegna, scrive libri, lavora su riviste e giornali. Come mai scrive l’elogio della pigrizia?

 

La prima cosa che mi viene da dire è che se uno scrive un libro sulle strutture elementari della parentela non per questo deve amare gli zii materni, così come se scrive sui cactus non ha un carattere spinoso.

 

D’accordo, ma la pigrizia è una cosa diversa, implica una partecipazione.

 

Sì, in qualche modo la soggettività dell’autore non può non esserne coinvolta, ma nel libro l’autore non c’è mai, non c’è una volta che si usi la parola “io”, e un po’ l’ho fatto apposta, proprio per non scoprirmi, per non mettermi in gioco. Per fare in modo che il tema si sviluppasse da sé, a prescindere dal mio vissuto.

 

Lei teme di mettersi in gioco, quanto è ironico il suo elogio della pigrizia?

 

Bisogna distinguere due cose: quel che io sono e faccio (o non faccio), e qui devo ammettere che scrivere il libro mi ha aiutato a essere un po’ più pigro, e mi riprometto nel futuro di riuscirci meglio; anche i pigri che vedo intorno a me, o che conosco da lontano mi affascinano tantissimo. Li ho un po’ studiati, un po’ subiti, molto invidiati. Ma la questione dell’ironia, in fondo, è vera: ho lavorato e lavoro molto per riuscire a essere pigro. Chissà che non ci riesca.

 

Infatti la pigrizia – dice il titolo del suo libro – richiede un bella fatica. Scommetto che non le riesce. Lei ha quell’etica del lavoro che critica nel suo libro.

E’ vero. Ho avuto spesso l‘horror vacui, soprattutto da giovane quando non riuscivo a stare senza far nulla. Non capisco ancora quelli che riescono a far passare una intera giornata così come è cominciata. Io la sera mi chiedo spesso: cosa ho fatto oggi? ho letto, ho scritto, ho prodotto qualcosa? E se la risposta è negativa mi deprimo.

 

Lei mostra che è la società a ribellarsi al pigro, quindi non conviene esserlo.

 

Non è la società che si ribella al pigro ma il contrario. Il pigro detesta chi vuol farlo lavorare, il più delle volte, per giunta, senza ragione. Più che detestare il lavoro, il pigro detesta l’ideologia del lavoro.

Come diceva Achille Campanile, quelli che s’alzano tardi sono persone serene, quelli che si alzano presto non fanno altro che andare dai primi per convincerli che è giusto alzarsi presto. Cercano negli altri le motivazioni che non trovano dentro di loro. E si innervosiscono moltissimo. Ecco: il pigro fa innervosire. Da qui viene il suo essere anarchico e rivoluzionario.

 

Bisogna essere anarchici e rivoluzionari per essere pigri?

 

Distinguerei l’ozioso dal pigro. Il primo, per esistere, ha bisogno di chi lavora per lui, dall’otium letterario dei latini agli sfaccendati aristocratici dell’ancien régime.

Il secondo ha bisogno di un contesto più complesso. Pensi un po’ a Paperino, aspirante collaudatore di materassi ma costantemente tenuto in movimento non solo dallo zio, ma dagli stessi oggetti che lo circondano, la sveglia, il rubinetto che sgocciola e così via. Potrebbe adeguarsi al sistema come Topolino, e tutto diventerebbe più semplice. Ma a che prezzo? Nei fumetti però il vero pigro è Snoopy, nato per dormire, disturbato invano dal “bambino dalla testa rotonda”.

 

La costante del nostro tempo è la velocità: lei vuole darci una scossa e invitarci a percorrere un’altra strada?

 

Diceva Oscar Wilde che il non far nulla è il lavoro più duro di tutti. E che, viceversa, l’azione è il rifugio di persone che non hanno assolutamente niente da fare, perché non sanno sognare. La nostra società non sa sognare, non nel senso che non ha fantasticherie ma in quello per cui non usa l’immaginazione creatrice, non ha capacità progettuale. La velocità ci frega: e la lentezza, che molti hanno rivendicato come valore (da Kundera a Petrini) va perciò perseguita. La pigrizia va oltre: non mira alla lentezza ma alla stasi assoluta. E dunque, come dicevo, fa saltare i nervi.

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