Cosa c’è di vero nelle teorie razziste?
marzo 15, 2026 in Approfondimenti da Paolo Vitale
Si sente spesso parlare di razzismo, e definire razzista una persona o un comportamento è diventato molto comune. Eppure, alla fine, tutti negano di esserlo. Le discussioni sono frequenti e i pareri spesso inconciliabili. Ma cosa può dire la biologia a proposito del razzismo? I biologi possono aiutarci a fare chiarezza sul concetto di razza umana?
Gli scienziati che studiano la biologia umana hanno in effetti scoperto alcuni fatti fondamentali. Prima di tutto, la nostra specie, Homo sapiens, non è divisa in razze: le razze umane semplicemente non esistono. I biologi riconoscono l’esistenza di una razza solo quando un gruppo di animali presenta differenze significative — riscontrabili sopratutto nell’analisi del DNA — che lo distinguono chiaramente dagli altri individui della stessa specie. Le razze, peraltro, sono raramente presenti in natura: si formano quando un gruppo si isola per un lungo periodo dagli altri, a causa di fenomeni naturali o, come nel caso di cani, gatti e bovini, per effetto dell’intervento umano che impedisce gli accoppiamenti spontanei.
Gli esseri umani sono certamente molto diversi tra loro — tanto che è possibile distinguere una persona dall’altra tra oltre otto miliardi di individui — ma non esistono gruppi umani che possano essere considerati una razza distinta. Molti si chiederanno: ma allora neri e bianchi non sono razze diverse? La risposta è semplice: è evidente che differenze esistono, e non solo nel colore della pelle, ma anche nel tipo e nel colore dei capelli, nella forma del corpo, nei gruppi sanguigni, nel colore degli occhi ecc. Il problema è che scegliere uno solo di questi caratteri per suddividere le persone in razze è sempre arbitrario. Perché privilegiare il colore della pelle e non, per esempio, il gruppo sanguigno o il colore degli occhi? Avrebbe senso parlare di “razza 0”, “razza AB”, “razza A” o “razza B”? O dividere le persone in “razza azzurra”, “razza verde” e “razza marrone” in base al colore dell’iride? Evidentemente no.
Allo stesso modo, la tradizionale divisione in “bianchi” e “neri” è infondata: non solo si basa su un unico carattere, ma il colore della pelle varia in modo graduale dallo scuro al chiaro, senza interruzioni nette. Dividere le persone in bianchi e neri è come dividerle in alti e bassi: una classificazione impossibile, perché tra i due estremi esistono infinite sfumature.
In passato c’era persino chi sosteneva l’esistenza di una “razza ebraica”, nonostante gli ebrei non condividano alcuna caratteristica fisica o biologica comune. Gli ebrei possono essere italiani, etiopi o indiani, e hanno generalmente un aspetto simile a quello delle popolazioni tra cui vivono: è infatti impossibile distinguere a prima vista un ebreo da un non ebreo. Del resto, i primi cristiani erano tutti ebrei — da Gesù ai dodici apostoli, da san Paolo a Maria e Giuseppe. Come in qualunque altro gruppo religioso o culturale, tra gli ebrei ci sono ricchi e poveri, persone dalla pelle chiara e scura, simpatici e antipatici. L’invenzione della “razza ebraica” è servita, tra l’altro, ad attribuire a una minoranza responsabilità che non aveva. Albert Einstein aveva compreso questa realtà già negli anni Trenta: al suo arrivo negli Stati Uniti, profugo delle persecuzioni naziste, alla voce razza sul modulo d’immigrazione scrisse semplicemente: «umana».
Nonostante i biologi abbiano dimostrato che la specie umana non è divisa in razze, il razzismo non è scomparso. Affermazioni razziste emergono ogni volta che si attribuiscono caratteristiche permanenti e negative a interi gruppi umani. Capita, ad esempio, di sentire che “gli italiani sono imbroglioni e pigri”: il razzista prende le colpe di alcuni e le proietta su tutti, come se fossero tratti innati di un popolo intero, e non difetti individuali.
I razzisti di tutto il mondo hanno però una cosa in comune: sono convinti di appartenere al gruppo migliore. Il razzista italiano parlerà male di stranieri immigrati, mentre il razzista australiano o svedese sarà pronto a trovare difetti proprio negli italiani. Nessun razzista ha mai detto: «Ci sono gruppi umani superiori ad altri — peccato che io faccia parte di uno inferiore». Il razzismo è sempre, inevitabilmente, autoassolutorio.
Ci sono state e ci saranno sempre persone convinte di appartenere al gruppo migliore. Ma ci sono state e ci saranno sempre molte più persone disposte a fare amicizia con tutti, a trovare il meglio nei propri simili, indipendentemente dal luogo in cui sono nati. Ed è bello sapere che la scienza è dalla loro parte.
di Paolo Vitale





