Montaigne è in cattedra, Lévi-Strauss alla lavagna

novembre 13, 2020 in Approfondimenti, Recensioni da Mario Baldoli

Copertina MontaigneDue inediti di Claude Lévi-Strauss sono sempre un evento eccezionale: si tratta di due conferenze. Nella prima si nota una giovane impazienza: Una scienza rivoluzionaria: l’etnografia (1937); l’altra cinquant’anni dopo, quando ormai il suo lavoro volge alla fine, è la sintesi di tante ricerche e del suo pensiero: Ritorno a Montaigne (1992).

Le raccoglie un agile libro Claude Lévi-Strauss, Da Montaigne a Montaigne, ed. Raffaello Cortina, con presentazione di Emmanuel Désveaux e postfazione di Carlo Monteleone.

Forse è un caso che la seconda conferenza sia stata tenuta a 500 anni dalla scoperta dell’America e a 400 dalla morte di Montaigne, tuttavia l’argomento ruota intorno a questi due eventi.

Devo ammettere che le parole di Lévi-Strauss confrontate con i Saggi di Montaigne, mi hanno reso difficile distinguere il pensiero dello strutturalista giramondo del Novecento da quello dell’erudito del Cinquecento che, seduto alla scrivania e circondato da un’immensa biblioteca, anticipa i risultati cui la cultura arriverà secoli dopo. Ma sento che tra i due si svolge un dialogo amichevole.

Lévi-Stauss era un socialista, e nella prima conferenza spiega come l’etnografia sia rivoluzionaria: “Gli etnografi criticano la società in cui vivono, vogliono modificarla, distruggerla”.

Montaigne

Montaigne

Montaigne non conosce quella politica, ma sa che la società di cui il suo amico parla è quella precolombiana. Montaigne la chiama “una delle terre scoperte”, infatti ci fu più tardi l’Australia.

Le loro parole distruggono subito le teorie eurocentriche. Nei Saggi, Montaigne è il cantore dell’alterità, colui che per primo riconosce, sulla base di testimonianze dirette, che i “selvaggi” del nuovo mondo non sono dei “primitivi”, sono vecchi come noi, sono società più semplici e limpide e hanno istituzioni spesso più raffinate delle nostre.

Lèvi-Strauss è d’accordo: noi li immaginiamo bambini che cresceranno, ma nella storia dell’umanità non c’è questa evoluzione. E’ sbagliato applicare loro il darwinismo di moda: le società umane non passano dal semplice al complesso seguendo un’evoluzione lineare, percorrendo la nostra stessa strada. Per esempio, l’Africa nera è passata dall’età della pietra direttamente a quella del ferro. Un etnografo darwinista può ribattere: sono fermi alla caccia. Ma quale? Alcuni catturano piccoli animali, altri elefanti, altri arano e conoscono l’allevamento. Noi crediamo necessari il fumo, il cinema, avere dei servi, il sistema parlamentare, il monoteismo.

Apro una parentesi: ricordo un allegro passaggio dell’Evoluzione della specie di Darwin: la scimmia può ubriacarsi come l’uomo, ma a differenza di molti uomini, dopo la prima volta non si ubriacherà più.

Riprende Montaigne: bisogna descrivere quei popoli, non giudicarli, Ciascuno giudica barbaro ciò che non è nei suoi usi.

Foto Lévi-Strauss

Claude Lévi-Strauss

Lévi-Strauss è sempre più ammirato: Tu anticipi un’idea fondamentale, che mi permetto di ampliare, il tuo è un concetto destinato a trasformare la nostra idea di cultura: non più fondata sulla scrittura, lo studio di documenti, il libro. Tutto è cultura, perchè cultura è l’insieme di tradizioni, costumi, procedimenti, idee che una società umana possiede e da cui è caratterizzata. Si può discutere sul suo modo di espandersi, che un popolo erediti certe capacità da un altro, per esempio la ceramica ad un colore può essere modificata da chi la eredita in una ceramica a due e da un altro a cinque colori, oppure l’evoluzione può essere concentrica, ma tutto avviene per diffusione, com’è avvenuto da noi. Questi “primitivi” erano forniti abbondantemente di cibo e bevande naturali, senza preoccupazione o fatica perché la natura ha rifornito l’uomo di tutto ciò che occorre con maggiore ricchezza di quanto produce ora il nostro ingegno. Il nostro mondo è peggiore del loro.

Montaigne è d’accordo. I “selvaggi” sono come vitigni naturali che noi abbiamo rovinato coltivandoli, come abbiamo rovinato i frutti della natura. Ho assaggiato il cibo di quei popoli, ne ho collezionato quanti oggetti potevo. La nostra idea di bene e di male è relativa, le relazioni sociali sono diverse e mutano nel tempo.

Lévi-Strauss di fronte a tale conclusione è perplesso. Tu sostieni un relativismo culturale integrale. La tua visione del “buon selvaggio” anticipa e ispira Diderot e Rousseau.

Montaigne non ne è al corrente, e sposta il tema: Come mai la civiltà degli aztechi è crollata davanti a pochi uomini a cavallo?

Lévi-Strauss può infine esibire quanto ha imparato nei lunghi viaggi lontani, ciò che ha scritto in Tristi tropici: perché era una società isolata, convinta della propria superiorità. Agli spagnoli interessavano solo l’utile e la mercatura e non esitarono a bruciarli vivi. Ancora oggi qualcuno dice che gli spagnoli hanno fatto bene perché quelli erano cannibali.

Tristi tropici

Tristi tropici

Montaigne che ha dedicato al cannibalismo due capitoli dei Saggi reagisce con rabbia: Premesso che presso molti popoli non esiste, il cannibalismo va visto nel contesto di una cerimonia pubblica, mentre i cristiani sono molto peggio: puniscono crudelmente i loro nemici, ne mangiano il fegato e il cuore. Nella notte di San Bartolomeo, nel 1572, i cattolici massacrarono 30.000 ugonotti, il grasso dei francesi vinti era venduto in aste pubbliche e divorato dagli assassini. Noi siamo peggio dei cannibali.

Sì, aggiunge Lévi-Strauss, ma dobbiamo vedere tutti i comportamenti umani come collegati: una relazione dello stesso tipo unisce, su un asse trasversale, i differenti piani tra cui si sviluppano la vita sociale, le attività fino ai sistemi di rappresentazione, le strutture politiche e familiari, le espressioni estetiche, le pratiche rituali, le credenze religiose ed economiche. Sono i temi su cui dobbiamo lavorare.

Montaigne sorride, queste cose lui le aveva capite da un pezzo.

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