Stop alle mutilazioni genitali femminili

agosto 28, 2013 in Salute da Roberta Basche

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Con il termine mutilazioni genitali femminili (MGF) ci si riferisce ad un insieme di pratiche caratterizzate dalla modificazione parziale o totale degli organi genitali femminili esterni non giustificate da ragioni medico-sanitarie.

E’ un intervento violento e pericoloso per la salute di bambine, ragazze e donne ed una violazione dei diritti umani: diritto all’integrità fisica e mentale, libertà dalla violenza, dalla tortura e da trattamenti crudeli, inumani e degradanti, libertà dalla discriminazione sessuale e diritto alla vita, quando la morte consegue a tale pratica. Si stima che ogni anno, in tutto il mondo, vengano sottoposte a mutilazioni genitali femminili tre milioni di donne e bambine, 8000 ogni giorno.

Le MGF sono diffuse prevalentemente in Africa, ma anche nel Golfo Persico, in alcune etnie dell’America latina e dell’Asia, nei paesi industrializzati a seguito delle immigrazioni.

In Europa, migliaia di donne giovani e adulte immigrate soffrono delle conseguenze fisiche e psicologiche delle MGF.

Le mutilazioni genitali femminili sono state classificate in quattro tipi principali:

Tipo I: rimozione parziale o totale della clitoride e/o del prepuzio clitorideo (CLITORIDECTOMIA)

Tipo II: rimozione parziale o totale della clitoride e delle piccole labbra, con o senza escissione delle grandi labbra (ESCISSIONE)

Tipo III: restringimento dell’orifizio vaginale con la creazione di un tessuto connettivo attraverso il taglio e l’apposizione delle piccole labbra o delle grandi labbra (INFIBULAZIONE); la clitoride può essere o non essere escissa. E’ la forma più grave di mutilazione genitale femminile.

I lembi della ferita vengono cuciti insieme o tenuti vicini per un certo periodo di tempo (talvolta le gambe vengono legate insieme) lasciando un piccolo foro per la fuoriuscita di urina e flusso mestruale.

Tipo IV: altre procedure pericolose per i genitali femminili quali incisioni, bruciature, stiramenti, tagli…

Le mutilazioni genitali femminili rappresentano una delle peggiori manifestazioni della disuguaglianza di genere, una barbara forma di violenza nei confronti delle donne e una forma di controllo del corpo e della sessualità femminile.

Vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 12 anni, ma anche su bambine nei primi giorni di vita e in donne già adulte.

La percentuale di donne tra i 15 e i 49 anni sottoposte a mutilazioni genitali femminili varia nei diversi Paesi raggiungendo valori superiori all’80% in Egitto, Eritrea, Somalia, Sudan, Sierra Leone, Mali, Guinea, Gibuti.

Nell’immagine sottostante percentuale di donne tra i 15 e i 49 anni sottoposte a MGF (MGF Report 2013, Unicef)

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Le mutilazioni genitali femminili sono il risultato di consuetudini e pressioni sociali che rendono difficile l’abbandono di queste pratiche anche da parte delle donne, le quali temono la stigmatizzazione e il rifiuto da parte della propria comunità.

Diverse motivazioni spingono le comunità a praticare le MGF, tra le quali preservare la verginità della donna e la fedeltà nei confronti del marito prescelto, controllare il desiderio sessuale femminile per evitare condotte considerate immorali, introdurre le adolescenti alla vita di donna adulta, rendere le donne “pure” e belle, aumentare il piacere sessuale maschile, demarcare i sessi.

Le mutilazioni genitali femminili possono essere associate a credo religiosi e sono praticate da comunità cristiane, ebree, musulmane sebbene nessuna religione prescriva tale pratica, conosciuta sin dai tempi pre-islamici e pre-cristiani.

Le MGF determinano conseguenze gravi sulla salute fisica e mentale delle donne.

I rischi immediati che corre una donna sottoposta a MGF sono:

  • dolore severo determinato dalle lesioni delle terminazioni nervose della cute (raramente viene effettuata l’anestesia e quando utilizzata non sempre è efficace)
  • infezioni tra le quali temibili sono l’infezione da HIV e il tetano (dovute all’utilizzo di strumenti non sterili)
  • emorragie
  • difficoltà al passaggio di urine secondario al gonfiore e al dolore secondari alla pratica
  • shock psicologico dovuto sia all’utilizzo di forza fisica durante la procedura per tenere la bambina o la donna immobile sia al dolore provato
  • morte secondaria ad emorragie e/o infezioni

I problemi a lungo termine includono:

  • ascessi, ulcere genitali, infezioni pelviche croniche con conseguente dolore cronico e infertilità
  • ripetute infezioni delle vie urinarie
  • dolori mestruali e durante l’urinazione dovuti al restringimento dell’orifizio vaginale
  • dolore durante i rapporti sessuali, riduzione o perdita di sensibilità sessuale
  • gravi complicanze durante il parto soprattutto per le forme più mutilanti (lacerazioni, emorragie, infezioni con aumentata mortalità materna e neonatale).
  • conseguenze psicologiche quali timore del rapporto sessuale e dell’intimità, ansia, depressione, solitudine, difficoltà di relazione, senso di colpa e vergogna…

Diversi trattati e documenti di consenso internazionali (tra i quali vi sono la Dichiarazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sull’eliminazione delle violenza contro le donne, la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, la Convenzione sui diritti dell’infanzia e la Convenzione relativa allo status di rifugiati) tutelano le donne dalle mutilazioni genitali femminili ma non sempre hanno un valore giuridico vincolante.

Tra gli strumenti con valore giuridico vincolante è in corso di firma e ratifica la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica.

La Convenzione entrerà in vigore con 10 ratifiche, delle quali 8 devono essere di Stati membri del Consiglio d’Europa. Ad oggi la Convenzione è stata firmata dalla maggior parte degli Stati membri (Italia compresa), ma ratificata solo da 4: Albania, Montenegro, Portogallo, Turchia.

In Italia, con la legge n 7 del 9 gennaio 2006, le pratiche di mutilazione genitale femminile sono state inserite nel codice penale:

“Art. 583 bis (Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili). – Chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili è punito con la reclusione da quattro a dodici anni. Ai fini del presente articolo, si intendono come pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili la clitoridectomia, l’escissione e l’infibulazione e qualsiasi altra pratica che cagioni effetti dello stesso tipo” e “Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia. In tal caso, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia”.

Per l’abbandono delle mutilazioni genitali femminili è necessaria la presa di coscienza da parte di tutti (l’Italia è tra i principali Paesi d’asilo per le ragazze e le donne migranti a rischio) e la volontà di accostarsi alle donne con sensibilità e comprensione.

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