Slideshow shadow

Dame, futuro meccanico e aspirante calciatore

gennaio 27, 2013 in Nuovi cittadini da Beatrice Orini

Dame G9Nome: Dame

Cognome: Kandji

Età: 17 anni

Professione: studente

Paese d’origine: Senegal

In Italia dal: 2010

Stato civile: libero

Sogno: Fare il calciatore

Leggi il resto di questa voce →

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest
da admin

I quadri dimenticati del Seicento e del Settecento bresciano. Un catalogo necessario ad una pinacoteca necessaria.

gennaio 23, 2013 in Arte e mostre da admin

Mina Gregori, una delle più illustri studiose d’arte dei nostri tempi, ha definito il nuovo catalogo della Pinacoteca Tosio Martinengo – limitato alle opere del Sei e Settecento – uno dei migliori volumi editi negli ultimi anni.

Pinacoteca-Tosio-Martinengo-ItinerariBrescia

I cataloghi scientifici dei musei italiani seguono, generalmente, il principio secondo il quale le collezioni di un museo si raggruppano per area geografica (pittura veneta, lombarda, emiliana, etc…); all’interno di ogni area, si succedono le schede dei dipinti ordinate alfabeticamente, per autore.
Il catalogo della pinacoteca bresciana si conforma, in linea di principio, a questo modello; con una variante molto significativa, che ha suscitato perplessità in non pochi addetti al settore. I curatori – Elena Lucchesi Ragni e Marco Bona Castellotti – hanno tentato, nella prima sezione del volume, legata alla pittura bresciana, di accennare ad un criterio storico artistico che andasse oltre la consueta prassi catalogica: raggruppare sotto la “Pittura a Brescia” tutti i dipinti di artisti non necessariamente bresciani, che hanno lasciato in città opere di grande importanza. Sotto la pittura bresciana, per esempio, figura anche il veneziano Palma il Giovane; l’artista non è bresciano, ma le sue opere in città hanno costituito la base per buona parte della pittura del Seicento. Palma diventa parte integrante dell’arte locale; diventa “bresciano”. Opere che a Venezia si sarebbero disperse nella marea della pittura manieristica, nella Lombardia orientale sono diventate materia su cui lavorare per creare nuove strade, da parte dei pittori che volevano svincolarsi dai modelli cinquecenteschi, ancora moretteschi.
La questione, che può sembrare capziosa ai non addetti ai lavori, si rivela di grande importanza quando si tratta di giudicare l’ampiezza dello sguardo di un volume e la prospettiva che lo ha generato. Sfogliare la prima sezione del volume – bella impaginazione, classica e chiara – è fare un excursus sull’intera storia della pittura bresciana. Un criterio analogo non è stato applicato ai dipinti delle altre scuole italiane e straniere; questa discrepanza è ampiamente giustificabile per il fatto che la pinacoteca di Brescia non è sufficientemente rappresentativa di tutte le altre realtà locali e, quindi, sarebbe stato ridicolo tentare una storia della pittura marchigiana o napoletana nel seno delle collezioni comunali.
La novità sin qui rilevata non è sconvolgente; non rivoluziona il modo di fare cataloghi; tuttavia, tenta un discorso diverso in un settore in cui pochissimo spazio è concesso alle varianti sul tema.
L’ironia della sorte è che, accanto alla scelta di pubblicare le opere meno note della pinacoteca bresciana, rivalutando un periodo tutt’altro che morto per l’arte locale, manca una pinacoteca in cui esporle.  Si resta sorpresi del fatto che, nel progetto del nuovo allestimento di palazzo Martinengo da Barco, presentato all’uscita del catalogo, nessuna sala venga riservata ai secoli di Palma il Giovane, di Francesco Paglia con i suoi figli, di Pietro Scalvini e di Andrea Celesti. Pitocchetto a parte.

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest
da admin

La favola italo-messicana

gennaio 23, 2013 in Recensioni da admin

C´era una volta, in una fattoria lontana, lontana, un bel pollaio…
Là, le galline chiocciavano felici, fiere dei loro pulcini. Ma un mattino di sole, bello di luce, ecco un´ombra: Mamma Chioccia resta a becco aperto nel vedere il suo neonato. Com´è strano! E´ diverso. Di zampette non ne ha due, ma tre; anzi no quattro; oddio, di più! Leggi il resto di questa voce →

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest

Una principessa per Mino Rossi

gennaio 23, 2013 in Recensioni da Mario Baldoli

 Mino Rossi, il nostro critico musicale, ha pubblicato il suo primo romanzo La principessa di Colfosco, ed Tarantola, pp. 430. Leggi il resto di questa voce →

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest

Celiachia

gennaio 23, 2013 in Salute da Roberta Basche

La Celiachia è una disordine autoimmune (caratterizzato cioè da una risposta anomala del nostro sistema immunitario) che si sviluppa in persone geneticamente predisposte in seguito all’introduzione, attraverso l’alimentazione, di proteine (indicate con il nome glutine) contenute nella farina di frumento, orzo e segale. Leggi il resto di questa voce →

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest

L’architettura come scienza della storia

gennaio 23, 2013 in Architettura e urbanistica da Mario Baldoli

architettura_dinamica_dubai_1
Niccolò Marselli (1832-1899) è un raro esempio di militare che impiegò la vita nello studio dell’arte e dell’architettura, pur facendo un’importante carriera che lo portò a diventare comandante di Reggimento, segretario del ministero della Guerra e senatore del Regno.
Con un’ampia edizione critica curata da Damiano Iacobone, l’editore Olschki ha ripubblicato un testo L’architettura nella storia del mondo che mantiene a distanza di tempo un suo fascino singolare e idee che furono poi richiamate dalla celebre Storia sociale dell’arte di Arnold Hauser.
Allievo di Francesco De Sanctis, Marselli apprese da lui la passione per la filosofia dialettica hegeliana e la usò come metodo per costruire una storia generale. Un esempio è la storia militare, inizialmente indifferenziata rispetto alla storia generale, poi separata da essa per la specializzazione delle discipline, mentre nella terza fase (la sintesi) acquista un carattere scientifico.

Ora bisogna applicare il metodo hegeliano all’architettura fino a darne una storia scientifica che avverrà quando sarà in grado di legarsi alla storia generale.

In realtà corrispondenza e coerenza con la situazione storica si è avuta a partire dall’Oriente, in Grecia e a Roma e durante tutto il Medioevo quando il linguaggio e le forme dell’architettura derivavano dalla società coeva. Lo stile gotico fu il suo punto di eccellenza.

Ma dal Cinquecento l’architettura “adottando lo stile antico non creò l’opera del rinascimento, come si dice, ma della decadenza”; si allontanò dalla società e non fece che ripetere se stessa, mentre col barocco si smarrì addirittura il gusto.

La sintesi da raggiungere sarà la corrispondenza tra storia generale e storia dell’architettura. Il periodo scientifico non è ancora cominciato, benché ne abbiano gettato le basi Winckelmann, Schiller, Hegel.

Il metodo scientifico applicato alle arti è arrivato a definire i legami delle arti tra loro. Se anche la storia dell’architettura accettasse questo metodo avremmo quella storia scientifica dell’architettura che avrebbe il suo compimento nella storia generale e ad essa porterebbe il suo contributo.

L’architettura dell’Ottocento, secondo Marselli, ha come scopo l’utile, non la bellezza, è una conseguenza dell’età scientifica, un passo verso l’emancipazione dello spirito, un superamento della specializzazione, in attesa di quella scienza dell’architettura auspicata. E qui si nota come l’hegeliano Marselli si trovi, nel clima ormai positivista di fine secolo, a parlare di scienza come ideale da raggiungere. Aveva scritto il filosofo Nicola Abbagnano “Il positivismo è l’idealismo della scienza”. Marselli è forse già pronto al tradimento delle sua tesi iniziali.

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest

Edifici multipiano – Il Crystal Palace (1)

gennaio 22, 2013 in Architettura e urbanistica da Graziano Magro

brescia-crystal_palaceIl Crystal Palace è la costruzione simbolo della city.
Nei film americani e nei documentari sulle metropoli, vengono presentati edifici che declasserebbero il nostro grattacielo a civettuola villetta. Leggi il resto di questa voce →
Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest
da admin

NO PORK

gennaio 22, 2013 in Approfondimenti da admin

Brescia, da città dalle mille fontane a città dai mille parcheggi.
Che cosa farei se avessi 22 milioni di euro
Da parecchio tempo a Brescia si discute sull’utilità del nuovo parcheggio in galleria. Un’ opera definita “fondamentale” per la città che costerà 22 milioni di euro. Essa è in totale contrasto con l’idea di mobilità portata dal nuovo metrò che nel 2013 comincerà a funzionare decongestionando in parte il traffico. L’ipotetico parcheggio avrà 600 posti auto. Il limitrofo parcheggio di Fossa Bagni ha in media 150 posti auto liberi giornalmente. Il parcheggio in fondo a Via Turati che copre piazzale Arnaldo è in completamento. Ma allora perché volerlo fare a tutti i costi? Sicuramente qualche impresa edile ne verrebbe avvantaggiata, come l’occupazione. Ma dall’altra parte, chi e cosa si perde?

Brescia vanta il vigneto urbano più grande d’Europa, lo sapevate? Il riconoscimento ai monumenti del centro ricevuto dall’UNESCO va salvaguardato lasciando intatto il territorio, non squarciandolo per accogliere le auto dei visitatori di Santa Giulia. I bresciani abituati a parcheggiare sotto casa (ad esempio il parcheggio di piazza Duomo) si invogliano a prendere i mezzi pubblici. Non è necessario parcheggiare in centro. Dal parcheggio di Fossa Bagni esiste la possibilità di arrivare in centro non pagando il pedaggio per una sola fermata con l’autobus. Si scende a due passi da piazza della Loggia.
Se dovessi avere in tasca 22 milioni di euro e proprio fossi costretto a spenderli in un opera che aiuti la mobilità cittadina, guarderei al passato. Le grandi opere, ai tempi della crisi, è necessario che siano utili, non solo grandi.

La nostra stazione dei treni ai primi anni dell’800 era coperta, come la stazione Centrale di Milano. Perché non pensare a coprirla nuovamente? Rimanendo fedeli al disegno originale o (perché no?) lanciare un concorso di idee per una nuova contemporanea struttura metallica? Creerebbe occupazione, ed anche attrazione. Invece la stazione è diventata un piccolo triste centro commerciale, privo anche di un ingresso unico. Caratterizzarla come un tempo sarebbe un recupero filologico.
Mi piacerebbe riavere anche la vecchia funivia, che porta in Maddalena.
Funivia Maddalena
Se ne è parlato nell’agosto del 2009. I bollenti spiriti che colpiscono i bresciani sotto la canicola agostana troverebbero un sicuro refrigerio. La vecchia funivia inaugurata nel 1955, costruita da Ceretti & Tanfani con cabine da 35 posti percorreva un dislivello di 650 metri a 7,5 m/s. L’ultima corsa fu nel settembre del 1969 e fino al 1973 funzionò come impianto scuola-guida per i macchinisti. Questo blog spiega bene com’era e com’è allo stato attuale: http://www.funiforum.org/funiforum/showthread.php?t=271 Si può vedere anche il video dell’inaugurazione http://www.youtube.com/watch?v=aBLd6DrFWLE. E’ un altro modo di riportare la montagna vicina ai bresciani. L’unico grande scoglio, oltre quello economico, sarebbe la delocalizzazione del ristorante Funivia (appunto) che da anni occupa i locali della stazione di partenza.

Mi piacerebbe anche il ripristino della ferrovia Brescia Salò.  Come è coperta la tratta che porta in val Camonica e che lambisce il Sebino, sarebbe altrettanto bella (anzi, utile) una ferrovia che portasse sul Benaco occidentale. Desenzano è già raggiunto dalla ferrovia. Sarebbe di sicuro vantaggio per i pendolari, aiuterebbe a decongestionare la strada. La nuova tangenziale è utilissima, certo, ma perché non guardare oltre? Togliere il trasporto su gomma in favore di quello su ferro avrebbe certamente l’appoggio della Comunità Europea per un’opera che verrebbe certamente usata.

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest
da admin

A te… che non sei forma: la nuova silloge poetica

gennaio 22, 2013 in Recensioni da admin

Duri frantumi, fragori, strappi feroci. Malesseri e gioie, ansie e paure… E’ una multiforme danza – verbale e grafica – quella che si muove tra le poesie e le illustrazioni di Tommaso Calarco (Messina 1960, residente a Brescia) raccolte nell’antologia A te… che non sei forma (Albatros pp. 79 € 11.50)
Poetici segni – e disegni – densi di un’energia tesa, aspra, enigmatica.

Intreccio spaventi,/ speranze, sogni,/ illusioni, poche/ certezze.  Quella, per esempio, che la vita è ricerca nel fondo del più fondo dei misteri. E tanti sono i buchi neri, pesanti… spenti a ingombrare lo sguardo di un io lirico che fruga nel cosmo compositovorticoso deposito là fuori e attorno; ma forse soprattutto dentro, nei luoghi segreti dell’animo.
Oscuri, tortuosi meandri di un cuore sfatto, colmo di vuoto; mentre molto troneggia sul niente  e – tra aporia, confusione e follia – il mondo è bordello e pesante fardello.
E grido tempesta dentro l’odiata/ quiete… La vita è perpetuo movimento, dissonante, sfuggente; anche l’amore – tra il visibile e l’invisibile – rimane negli interstizi.

E il cammino è riconoscibile (forse) per metà; il resto è solo roccia scistosa/ che non ha forma/ né consistenza… Frane. Frammenti. Incroci e dolorosi incanti, ombre scure e delicatissimi fiori, cocci di vetro e sorrisi; e poi l’impercettibile palpito (erotico?) dei rami di un gentile ciliegio in fiore che vorrebbe amare e volare.
Anche Icaro vola, ma qui il suo volo non si scioglie. Sale in alto. Come un Sogno. In alto, sopra il bisogno che sta giù, dentro una magmatica realtà che – con rabbia e disperata speranza – Tommaso Calarco canta. Per dirci dell’amara bellezza dell’esistere.

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest

Bigio chi molla

gennaio 22, 2013 in Satira da Sonia Trovato

Piazza della vittoria Brescia

A chi non è capitato, passando da Piazza della Vittoria e guardando in direzione dell’edificio delle Poste o di insegne roboanti come “Caffè Impero”, di aspettarsi di vedere uscire e sfilare Mussolini, Ciano e tutto l’entourage fascista al completo?

Nonostante i frequenti lavori di riqualificazione, Piazza della Vittoria era e rimane un capolavoro del cattivo gusto: costruita dal 1927 al 1932, dopo una parziale demolizione del quartiere medievale delle Pescherie e sotto la direzione dell’architetto Marcello Piacentini, è l’unica zona di Brescia in cui il Regime abbia lasciato un segno così vistoso. E l’amministrazione, dotata, evidentemente, di un gran senso estetico e ansiosa di ribadire alla cittadinanza, prima della fine del mandato, a quali valori si ispira, ha pensato di iniziare un restyling che riporti definitivamente la piazza ai tempi del Ventennio. Il primo passo è la riesumazione, dopo oltre sessant’anni di polvere in un magazzino, del Bigio, il colosso di marmo che porta la firma di Arturo Dazzi e che fu definito dal Duce l’Era fascista per antonomasia.

 bigio-fronte                         bigio-retro

Mentre in città si sta formando un comitato spontaneo per un ripensamento della toponomastica bresciana che tenga maggiormente in considerazione le figure femminili, il Comune va in leggera controtendenza e, rifacendosi a un “celodurismo” al quale nemmeno Bossi inneggia più, è disposto a spendere 150 mila euro per dotare la piazza di addominali scolpiti, sguardo fiero e glutei granitici.

A guastargli la festa l’Anpi e le Fiamme verdi, che hanno promosso una raccolta firme, giudicando evidentemente fuori luogo che, a pochi passi dalla piazza che nel ’74 vide morire otto manifestanti per mano fascista, venga eretta una simile celebrazione del Regime.

Ci appelliamo alla Giunta: perché limitarsi a Piazza Vittoria e al restauro di questo David cameratesco? Perché non ribattezzare il Nuovo Eden Istituto Luce, promuovere la camicia nera come divisa d’ordinanza, allestire delle letture pubbliche del Mein Kampf e organizzare una bella marcia sulla città? Siamo convinti che Forza Nuova, che ha recentemente appeso le proprie croci celtiche e manifesti razzisti in una sede nuova di zecca vicino alla Loggia e alla moschea, vi darebbe volentieri una mano. Non siate timidi, sappiamo che potete (e volete) fare di meglio!

Condividi: Email this to someoneShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Pin on Pinterest